"Come va mio figlio?"
Parlare
con i professori è un'esperienza istruttiva o distruttiva?
Ecco una piccola guida emotiva ai colloqui.
di Nicoletta Frontani e Alberto Cataneo
Orari impossibili
Il colloquio con gli insegnanti può rappresentare,
per un genitore, un momento di forte tensione emotiva;
pertanto è bene attrezzarsi, rendendosi conto
di come funziona la cosa dal punto di vista emotivo.
In primo luogo, c’è l’ostacolo
costituito dagli orari di ricevimento, il più
delle volte collocati di mattina, e in differenti
giorni della settimana per ogni professore. Il che
non facilita certo la vita ai genitori che lavorano.
E’ vero che tutte le scuole programmano dei
ricevimenti pomeridiani, ma in genere si riducono
ad un paio di settimane all’anno. Il genitore,
se vorrà “sentire” tutti i docenti
del consiglio di classe, dovrà impegnare
più pomeriggi oppure uno solo ma interminabile.
Prendi il numero e
aspetta il tuo turno
Comunque siano organizzati, il clima dei colloqui
pomeridiani assomiglia a quello degli ambulatori
medici: ansia, preoccupazione per l’esito,
liti sul rispetto delle precedenze, critiche a chi
si dilunga. Il tempo lunghissimo dell’attesa,
diventa fugacissimo quando arriva il proprio turno,
i minuti passano veloci ed il genitore è
stretto tra le notizie che riceve, il colloquio
che vorrebbe non affrettato, il pensiero dei genitori
in attesa, la preoccupazione dell’insegnante
che deve amministrare concentrazione e tempo. La
fine del colloquio è comunque una liberazione.
Il genitore pensa di aver fatto il proprio dovere
e forse qualcosa di più, considerando i disagi
affrontati.
E’ facile che tutto ciò venga percepito
dal genitore come un atteggiamento della scuola,
e non semplicemente come un “dato” organizzativo.
In altri termini, la scuola invia un messaggio del
tipo: “parlare con gli insegnanti non è
così facile”. In queste condizioni,
il colloquio viene vissuto come un’occasione
eccezionale, e ciò non può mancare
di influire emotivamente sul genitore, che è
peraltro già in ansia riguardo l’esito
del colloquio.
La vigilia
Cosa teme il genitore che si reca al colloquio?
Prima di tutto bisogna fare i conti con le aspettative,
tanto più alte quanto più i genitori
sono colti e/o intervengono nel lavoro scolastico
dei figli e con le proiezioni compensative che vengono
compiute, quasi che i figli dovessero realizzare
ciò che il genitore ha fallito o non avuto
la possibilità di realizzare. La paura, spesso
inconsapevole, che le capacità intellettive
del proprio figlio non siano adeguate o che la preparazione
di base non sia valida, turba la vigilia del primo
colloquio con un insegnante.
La quantificazione dei risultati in termini di voti
può costituire un altro motivo di ansia soprattutto
per i genitori di un bravo alunno. La nostra società
basata sulla prestazione influenza sensibilmente
il rapporto con la scuola: lo standard raggiunto
deve essere sempre mantenuto altrimenti ciò
viene visto come sintomo di difficoltà.
Anche il giudizio sociale è fonte di preoccupazione
soprattutto per quelle famiglie in cui i rapporti
competitivi sono forti: il confronto vincente con
parenti, figli di amici, compagni di scuola è
una sorta di riconoscimento collettivo.
Il colloquio con gli insegnanti mette in moto tutte
o alcune di queste dinamiche e non solo.
Incontrare l’insegnante significa affrontare
un problema relazionale, significa sentir parlare
del proprio figlio da un altro adulto autorevole,
un “altro” che lo frequenta tutti i
giorni ed ha la possibilità di vederlo in
una dimensione diversa, in qualche caso alternativa
a quella familiare. Ogni genitore immagina il comportamento
del proprio figlio in classe, con i compagni, con
gli insegnanti ma non ha la certezza che tutto funzioni
secondo le sue previsioni. Il figlio in casa e l’alunno
a scuola sono la stessa persona? Quale personalità
emerge in un gruppo di pari e nella relazione con
persone che hanno il ruolo di educatori ma senza
la mediazione affettiva? Si trova in difficoltà?
Il docente conosce cose che il genitore ignora?
Eventuali problemi familiari sono riconoscibili
in classe? Questi dubbi sono difficili da sostenere.
Attraverso il figlio un genitore si sente sotto
esame, i risultati, il comportamento sono considerati,
in modo quasi automatico, il risultato del clima
e dell’educazione familiare. Proprio per questo
forse si va al colloquio come se si dovesse essere
sottoposti ad un giudizio.
Zitti, e state a sentire
L’incontro con il docente si configura quindi
in termini asimmetrici. E’ il genitore che
viene a chiedere “come va il ragazzo”,
e ciò facendo accetta implicitamente una
posizione subalterna rispetto all’istituzione,
che sembra più “concedere” che
“fornire” le informazioni desiderate.
Infatti, la scuola riceve le famiglie; e benché
si usi l’espressione “andare a parlare
con i professori”, in realtà ciò
che veramente accade è di “andare a
sentire” il giudizio degli insegnanti sul
proprio figlio.
Alcuni insegnanti del resto confermano tale schema,
parlando quasi tutto il tempo e considerando marginale
quanto ha da dire il genitore; spesso ricevono in
piedi, in qualche caso puntualizzano che è
preferibile fissare un appuntamento prima di venire
al colloquio. Insomma il genitore spesso ha la sensazione
di essere in una posizione passiva, recettiva, subalterna.
Anche sull’ambientazione del colloquio, c’è
qualcosa da osservare. Per parlare con i professori,
il genitore deve compiere una sorta di regressione
spazio-temporale: egli “torna a scuola”,
nello scenario “spartano” tipico del
mondo scolastico, e, benché adulto, si trova
a rivivere una “situazione d’esame”
che lo riporta ad una condizione adolescenziale.
Che disperazione: mio figlio è un Lucignolo
Il nocciolo del colloquio è lo svelamento,
da parte del docente, della “situazione del
ragazzo/a”: ossia di qualcosa che ogni genitore
ha molto a cuore.
Se il giudizio è negativo, il genitore non
proverà soltanto apprensione o angoscia,
ma anche rabbia e senso d’impotenza. Infatti,
le possibilità di contestare quanto afferma
il docente, o quanto meno di verificare la fondatezza
delle sue asserzioni, sono molto ridotte: è
lui l’esperto, conosce la materia e la didattica,
ha avuto modo di valutare il ragazzo…almeno
in teoria. Per tutti questi motivi, il genitore
non può (e neppure gli conviene) scavare
in profondità più di tanto, e spesso
preferisce accontentarsi di quanto dice (o non dice)
il professore, anche se le indicazioni sono vaghe,
e non gli danno strumenti utili per fare qualcosa.
Il colloquio tanto atteso può quindi concludersi
con un “risultato negativo” per il genitore:
ha ricevuto un giudizio-verdetto, semmai provvisorio
ma ugualmente preoccupante, che gli procura sentimenti
di delusione, di ansia, di colpa; nello stesso tempo,
dentro di sé, egli può anche sentire
come ingiusto e ingiustificato quel giudizio, e
dunque provare rabbia e frustrazione nei confronti
degli insegnanti e della scuola.
Dalle parole dell’insegnante, emergono due
rappresentazioni del ragazzo: l’alunno poco-qualcosa
(poco attento, poco impegnato, poco disciplinato…)
e l’alunno come dovrebbe essere. Il genitore
ha il duro compito di mediare tra queste due immagini
e il vissuto, denso di affettività e di quotidianità,
del rapporto con il figlio.
In seguito al colloquio, nel genitore si agitano
inoltre sentimenti ambivalenti nei confronti del
figlio. Le cose negative dette dall’insegnante
talvolta costituiscono una dolorosa sorpresa, oppure
confermano delle preoccupazioni preesistenti; la
reazione più immediata potrà essere
quella di “scaricare” la tensione attraverso
rimproveri e recriminazioni nei confronti del ragazzo,
minacce di punizioni, ecc. , che però, a
loro volta, possono essere vissuti con disagio.
Hai avuto otto, sono fiero di te
Nel caso invece il professore dica che “tutto
è a posto”, che l’alunno/a “è
andato bene” , che i voti sono soddisfacenti,
che “la situazione è migliorata”,
il genitore ovviamente proverà sollievo,
e positivi sentimenti di orgoglio; però proprio
questo potrebbe indurlo a trascurare una conoscenza
più approfondita del processo di crescita
del ragazzo. Se gli insuccessi scolastici spingono
a cercare mille spiegazioni, i successi si spiegano
da sé, e rischiano così di spegnere
ogni curiosità. In realtà, dietro
ad un buon profitto ci possono essere situazioni
emotive diverse, e perfino dei problemi. Ma l’effetto
abbagliante dei “bei voti” mette in
secondo piano tutto il resto; e qualche genitore
finisce banalmente per augurarsi che “le cose
continuino così”, evitando di porre
al docente, e a se stesso, troppe domande.
Qualche raccomandazione finale
• L’atteggiamento più costruttivo
è pensare che professori e genitori sono
entrambi adulti, che hanno responsabilità
diverse e complementari nei confronti dei
figli-alunni.
• E’ importante
non lasciarsi influenzare dal contesto ambientale
e dagli schemi di ruolo. Quello che ogni genitore
sa del proprio figlio è una risorsa
preziosa, e gli insegnanti devono imparare a tenerne
conto. Nessun colloquio
dovrebbe chiudersi senza che il contributo
del genitore sia stato ascoltato e tenuto in debita
considerazione.
• Il genitore dovrebbe sempre ottenere,
dal colloquio, il massimo delle notizie e delle
indicazioni utili. E’ doveroso
chiedere al docente suggerimenti precisi
su ciò che la famiglia può fare.
• Obiettivo del colloquio non è
soltanto sapere “come va” il ragazzo,
ma soprattutto “dove va”. In altri
termini, se stia
vivendo o meno , nell’ambito scolastico
e fuori di esso, un’esperienza significativa
di crescita, e che tipo di
personalità possiede. Siano i voti
brutti o belli, bisogna sempre cercare di capire
cosa c’è dietro. E i professori
possono aiutare i genitori a rendersi conto
di molte cose, se i genitori si sforzeranno di
porre le domande giuste.
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