Insegnamento e comunicazione
di Alberto Cataneo
Insegno, dunque comunico
C'è un'idea che, nella sua genericità,
mette tutti (insegnanti, genitori, studenti) d'accordo:
un professore deve essere comunicativo, se
vuole essere efficace. Chi non sottoscriverebbe
l'affermazione che saper comunicare è la
prima dote di un buon insegnante?
Tutti noi siamo stati alunni, e ricordiamo bene
la differenza tra un professore noioso ed uno
che riesce a far amare la propria disciplina,
anche la più ardua. Chi poi, da grande,
è passato dall'altra parte della cattedra,
si è reso conto ben presto che le eventuali
difficoltà comunicative con singoli alunni
o con intere classi potevano vanificare la più
accurata delle programmazioni, mentre un buon
feeling moltiplicava la disponibilità
e le energie positive degli alunni, producendo
risultati perfino superiori alle aspettative.
Qualcuno arriva a sostenere che le doti comunicative
sono anche più importanti della competenza
disciplinare: il professore migliore non é
quello che sa tutto; ma colui che, pur non sapendo
tutto e tutto perfettamente, è capace di
suscitare nei propri alunni la curiosità,
lo spirito investigativo, spingendoli ad approfondire
per proprio conto quel che lo stesso insegnante
semmai conosce per sommi capi.
Insomma, l'insegnamento implica la comunicazione:
e la cosa sembra tanto di buon senso da non meritare
di essere ulteriormente discussa.
Le insidie del buon
senso
Ma è proprio così? Personalmente
ho qualche perplessità. Forse, fidandosi
troppo del buon senso, si dà per scontato
il significato di "comunicare", che
invece non è una parola così semplice,
soprattutto nel contesto della formazione.
La mia ipotesi è che il termine "comunicazione"
venga usato, il più delle volte, in modo
vago, sovrapponendo in realtà significati
molteplici che andrebbero quanto meno distinti.
L'apparente consenso generale sul valore della
"comunicazione" dipenderebbe più
che altro dal fatto viene adoperata una stessa
parola, che ognuno però intende a suo modo,
mettendo di fatto in pratica una sua personale
interpretazione di cosa significhi "comunicare"
in ambito educativo.
E' legittimo dunque chiedersi: per un professore,
cosa vuol dire esattamente saper comunicare? in
che modo l'efficacia della comunicazione migliora
la didattica? queste domande meritano risposte
più approfondite.
Il professore-comunicatore:
un profilo secondo il "buon senso"
Per avviare questo approfondimento, vorrei per
una volta evitare di partire da altisonanti definizioni
scientifiche, corredate da dotte citazioni; vorrei
cioè evitare di definire cosa debba
intendersi per comunicazione, e cosa debba
intendersi per insegnamento comunicativo.
Proviamo invece a partire dal famoso buon senso,
dal linguaggio quotidiano. Quando si dà
per scontato che "il buon insegnante è
quello che sa comunicare", a quale modello
di insegnante si sta pensando? (al di là
dell'esistenza reale o anche solo possibile di
un tale insegnante).
Vorrei tentare di tracciare un profilo del professore-comunicatore
così come viene immaginato per lo più
e mediamente. Va sottolineato che non si
tratta di un profilo normativo, prescrittivo,
quanto di ciò che, a livello di senso
comune, rientra nell'aspettativa relativa
al "buon professore".
Cercherò di descrivere questo schema
di ruolo (1) di insegnante-comunicatore sulla
base di ciò che risulta dai discorsi e
dai comportamenti dei docenti stessi, in primo
luogo, ma anche degli studenti e delle famiglie.
Dall'analisi, risulterà la reale complessità
dello schema, che contiene almeno quattro livelli
diversi.
Naturalmente, non pretendo che sia un ritratto
esaustivo; ma almeno un punto di partenza per
ulteriori discussioni.
(1) "Nel caso
di schemi di ruolo, in letteratura ci si riferisce
a quell'insieme di comportamenti che ci si attende
che una persona, che occupa una particolare posizione
nella struttura sociale, metta in atto. Lo schema
di ruolo è, insomma, la struttura cognitiva
che organizza la conoscenza che una persona ha
a proposito dei comportamenti più appropriati
connessi ad una specifica prestazione di ruolo"
(L. Arcuri, L. Castelli - La cognizione
sociale - Bari 2000)
La chiarezza
La trasmissione del sapere è immaginata
come la prima missione dell'insegnante, la sua
ratio essendi. L' obiettivo principale
è far sì che gli alunni apprendano
ciò che si ritiene importante (lasciamo
da parte se si tratti di contenuti o di competenze).
A questo primo livello, si suppone che il docente
sia depositario di un sapere esauriente ed ordinato,
la cui piena padronanza sarebbe già garanzia
di comunicazione efficace. Infatti, il docente
competente, in quanto tale, non può che
essere chiaro. La chiarezza comporta
che l'insegnante non confonda le idee, non dia
adito a dubbi, offra catene di certezze che riducono
al minimo la fatica dell'alunno. Sapienza, chiarezza
ed efficacia della comunicazione didattica sarebbero
dunque in stretta relazione.
L'insegnante si immagina e viene immaginato come
qualcuno che ha il compito di "ridurre la
complessità". Il primo giudizio che
viene espresso su di lui è relativo al
suo modo di spiegare. Un docente è ritenuto
bravo, dagli studenti e dalle famiglie, se "spiega
bene" la materia, ossia se riesce a rendere
chiaro ciò che, di per sé, non lo
é.
In omaggio a tale visione, accade talvolta che
lo sforzo didattico di un insegnante sia centrato
sull'obiettivo di essere "massimamente chiaro",
come se ciò coincidesse con l'efficacia
della comunicazione didattica. I docenti alle
prime armi sono preoccupati di non trascurare
nulla, e spesso tendono a fare un gran numero
di fotocopie nell'intento di incrementare la chiarezza
della loro didattica. I docenti esperti fanno
conto su strategie retoriche consolidate dall'esperienza,
ricorrendo a esempi, paragoni, ecc. di cui hanno
constatato l'efficacia in passato. La recente
moda delle "nuove tecnologie", quali
la proiezione di diapositive create al computer,
ha rilanciato il valore chiarificante di schemi,
mappe, immagini.
Risposte degli alunni del tipo "non ho capito
nulla", "questa cosa è troppo
complicata!", "può rispiegarlo
daccapo?", possono essere vissute dal docente
con insofferenza, perfino come una critica implicita
alla sua competenza, e interpretate come dimostrazioni
di scarsa attenzione o di ottusità degli
alunni: "La mia spiegazione era chiara,
non potevano non capire! Se non hanno capito è
colpa loro".
La missione
Un altro elemento dello schema di ruolo che stiamo
esaminando vuole che la capacità comunicativa
di un insegnante dipenda, essenzialmente, dal
"sacro fuoco" che lo anima, dalla passione
per la propria disciplina. Il trapelare di questa
passione riuscirebbe a rendere qualsiasi cosa
meno arida, e accenderebbe a sua volta negli alunni
la medesima fiamma.
L' idea ricorrente è che l'insegnante non
può limitarsi a trasmettere il sapere:
deve renderlo appetibile, deve invogliare gli
studenti ad apprendere in modo personale, critico,
deve suscitare in loro un interesse vivo. Egli
dunque deve trasmettere anche la passione per
il sapere, una passione che si suppone l'insegnante
possegga necessariamente. Infatti il lavoro dell'insegnante
è spesso definito come una missione;
egli deve saper essere persuasivo, coinvolgente.
Del resto, è un fatto che nessun professore
desidera semplicemente "fare la sua lezione",
senza preoccuparsi della reazione emotiva che
ha provocato; tanto è vero che egli si
aspetta sempre, più o meno consapevolmente,
una risposta positiva, una conferma che il suo
messaggio sia arrivato non solo alla mente, ma
soprattutto al cuore dei suoi alunni.
Notare disinteresse, riscontrare incomprensione,
sono esperienze che spesso feriscono il professore,
in quanto il suo sforzo sul piano emotivo viene
deluso. Questo spiega perché molti docenti,
dopo ore e ore di "appassionate" spiegazioni,
soffrano particolarmente il momento delle verifiche,
allorché il rendimento scadente di qualche
alunno viene vissuto con rabbia e frustrazione
(la sensazione è quella di averci messo
l'anima, e di aver ricevuto una risposta superficiale
e infantile).
Constatare disinteresse o avversione per la propria
disciplina, a dispetto di tutti gli sforzi per
renderla attraente, è per i professori
un'esperienza angosciante, sicuramente alla base
del "disincantamento" che molti sperimentano
nel corso della propria carriera; all'opposto,
verificare un vivace interesse per la materia
che si insegna è quanto di più esaltante
e motivante possa capitare.
Si capisce allora perché "sviluppare
interesse per la materia" costituisca per
molti docenti la vera sfida, il loro vero obiettivo;
ciò che più di tutto vorrebbero
ricevere in compenso dei loro sforzi è
un lampo di interesse negli occhi dei loro studenti,
la domanda che riveli sincera curiosità,
l'accalorarsi su una questione tecnica. Nulla
invece li irrita di più del constatare
la preparazione, mnemonica e fredda, di alunni
diligenti ma poco coinvolti.
La rianimazione
Da un altro punto di vista, il rapporto didattico
docente-allievi non sembra potersi esaurire sul
piano della disciplina di studio. Un professore
molto competente e appassionato, ma che nel suo
lavoro prescinda dalla condizione psicologica
contingente dei suoi allievi, non può essere
considerato un buon comunicatore.
Ci si aspetta che un professore sia un sensibilissimo
"sismografo dell'attenzione", che registri
minuto per minuto la effettiva condizione psichica
della classe e dei singoli alunni, e, in caso
di calo dell'attenzione, sappia attuare prontamente
delle contromisure per mantenere viva la comunicazione.
La grande battaglia quotidiana del professore
è quella contro la disattenzione, la distrazione.
Egli sa bene che da un momento all'altro può
ritrovarsi a parlare da solo, davanti ad una classe
che solo in apparenza lo ascolta, e in realtà
pensa a tutt'altro. Una classe potrebbe essere
occasionalmente distratta, o poco ricettiva, per
cause varie (una lezione impegnativa durante un'ultima
ora, l'affaticamento dovuto ad un compito svolto
nelle ore precedenti, qualche notizia o avvenimento
che ha creato tensione…).
In tal caso, l'insegnante intuisce di dover preservare
il rapporto comunicativo, anche a scapito della
"trasmissione di sapere" in senso proprio;
egli sa bene che se cercasse di fare lezione come
se niente fosse, non "arriverebbe" pressocché
nulla agli studenti e la comunicazione naufragherebbe.
Dunque si sforzerà di risvegliare l'attenzione
della classe, con sistemi diversi (suscitando
una discussione, portando il discorso su argomenti
di sicuro effetto, sdrammatizzando eventuali problemi,
creando aspettative, rivolgendo stimolazioni personalizzate
a questo o quell'alunno, ecc.).
Insomma, dall'insegnante-comunicatore ci si aspetta
una sensibilità estrema allo stato psicologico
degli alunni, e la capacità di intervenire
tempestivamente e creativamente per risvegliarne
l'attenzione, dimostrando doti di "animatore".
In questo caso, il docente sembra avere come referenti
sia lo psicologo che l'uomo di spettacolo.
Il rapporto umano
E tuttavia da un professore ci si attende che
non si comporti da semplice "esperto",
o da "missionario", o da "istrione",
benché in qualche misura debbano essere
riscontrabili in lui tutti e tre questi tipi.
C'è un fattore che rende il docente qualcosa
di unico, mai riducibile a questione di cognizioni
più o meno vaste o di tecniche retoriche
più o meno abili. Questo fattore è
il rapporto umano.
Secondo lo schema, dall'insegnante ci si aspetta
che stabilisca con i suoi allievi un rapporto
personale, nel quale sia insita una dimensione
di autenticità, di sincerità, di
profondità, che travalichi ogni strumentalità.
La comunicazione, per un professore, non può
dunque mai ridursi a mezzo efficace per raggiungere
un fine (l'apprendimento). La comunicazione è
per lui un fine. Egli dovrebbe essere interessato
ai suoi alunni prima di tutto come persone, e
dunque dovrebbe stabilire con loro un rapporto
diretto, caldo, interessato alla specificità
dei singoli individui.
In cosa dovrà consistere questo rapporto
umano?
La richiesta dei genitori è soprattutto
quella che il professore comprenda la personalità
del ragazzo, ne colga le fragilità, la
problematicità, ecc., sostenendolo nei
momenti di crisi; oppure ne apprezzi le attitudini
e le qualità. Si richiede comunque un'attenzione
particolare, specifica. In alcuni casi, la richiesta
è più radicale: egli dovrebbe anche
voler bene all'alunno, condividere l'affettività
dei genitori verso il proprio figlio. Nello stesso
tempo, egli dovrebbe intuirne le doti, svilupparle,
ecc. Si chiede insomma che egli comprenda il ragazzo
come è, gli voglia bene come ad un figlio
e nel contempo lo trasformi in qualcosa di meglio.
Ma il rapporto umano può essere inteso,
dal punto di vista degli studenti, come capacità
del professore di "essere alla mano",
di entrare in confidenza con loro, di condividere
il loro linguaggio, i loro interessi, il loro
mondo, e di essere considerato degno di fiducia.
Il professore è comunicativo nella misura
in cui si esprime anche affettivamente, dimostrando
di provare emozioni e di non porsi solo sul piano
cognitivo.
Si suppone che per tutto questo non occorrano
tecniche; il rapporto umano poggia sulla "umanità"
del docente, su una capacità relazionale
che coincide con la sua qualità esistenziale.
Il modello etico
Il professore può diventare un punto di
riferimento, un modello comportamentale, anche
al di là del suo ruolo professionale; egli
infatti, nelle aspettative di ruolo, dovrà
anche comunicare valori etici, ma non astrattamente,
bensì impersonandoli.
L'intero agire dell'insegnante è oggetto,
da questo punto di vista, di un'attenzione estrema:
per esempio la sua puntualità, il rispetto
degli impegni presi con la classe, la dedizione
per il lavoro, ma soprattutto la sua equità
nelle valutazioni. Egli infatti comunica, attraverso
i voti, una sorta di verdetto sui singoli allievi
e sulla loro posizione gerarchica nella classe.
Spesso gli alunni affermano che "alla fine,
ciò che davvero importa è il voto",
e subito dopo l'interrogazione chiedono ansiosi
al docente di comunicare il voto ricevuto;
molti genitori, al momento del colloquio, vogliono
soprattutto conoscere i voti come espressione
chiara e incontrovertibile (a differenza dei giudizi)
della reale situazione scolastica del figlio;
alcuni insegnanti ritengono che la comunicazione
con le famiglie sia centrata soprattutto sulla
rivelazione dei voti, che non possono
invece essere detti agli alunni.
In quanto fonte dei voti, dal docente ci si aspettano
valutazioni oggettive, giuste. Un errore, la percezione
di un'ingiustizia, possono compromettere l'intero
rapporto con un allievo o con l'intera classe.
Qualche interrogativo
finale
Quello che abbiamo tentato di descrivere è
lo schema di ruolo che si può dedurre dalle
aspettative riscontrabili, come "senso comune",
tra gli insegnanti stessi, gli studenti e i genitori,
relativamente alla "comunicatività"
del professore.
Come si è visto, le aspettative riguardano
aspetti molto diversi tra loro. Il professore,
per giudicarsi ed essere giudicato come un docente
"comunicativo", dovrebbe dunque "comunicare"
scienza, amore per il sapere, attenzione, umanità,
giustizia; per farlo, dovrà essere competente,
coinvolgente, motivante, persuasivo, sensibile,
mai noioso. Come si vede, un elenco davvero impressionante
di qualità.
Si pongono a questo punto alcuni interrogativi.
Il primo riguarda l'effettiva sostenibilità
di un tale ruolo. Un professore reale, in carne
ed ossa, come potrà reggere a tante richieste?
Si converrà infatti che un ruolo così
concepito risulta a dir poco faticoso, considerati
i ritmi intensi del lavoro dell'insegnante e la
quantità di classi e di alunni che deve
gestire nel corso di un anno scolastico. Inoltre,
le aspettative sottese allo schema di ruolo che
abbiamo descritto immaginano gli insegnanti come
persone dalle energie psichiche inesauribili,
che pensano continuamente alla scuola, ai loro
alunni, alla didattica, ecc.; il che evidentemente
è irrealistico.
Il secondo interrogativo riguarda la praticabilità
del ruolo. E' realistico pensare che un insegnante
possa fare anche soltanto una parte di quel che
ci si aspetta da lui, senza un minimo di formazione
specifica (per esempio, sulle dinamiche di gruppo
o sulla psicologia dello sviluppo o sui principi
della comunicazione interpersonale), semplicemente
basandosi sul buon senso e sulla propria esperienza?
Un terzo e più radicale interrogativo riguarda
la sensatezza di tali aspettative. Ha
senso che il singolo docente commisuri il proprio
lavoro a tali aspettative, così complesse
e così esigenti? Ha senso che in base ad
esse venga giudicato da colleghi, genitori e studenti?
Insomma, il paradosso è quello di un ruolo
impossibile, che però tutti approvano
e richiedono in quanto giusto, necessario, doveroso.
Viene da pensare alle riflessioni di Freud sull'insegnamento
come professione "impossibile", insieme
all'analisi e alla politica.
Il sospetto è che gli insegnanti tendano
a conformarsi ad una idealizzazione del
proprio ruolo, che spesso sono essi stessi a accettare
e perpetuare, anche se poi la manifesta impossibilità
di realizzarlo in quei termini attira su di loro
le critiche di genitori e studenti, persino dei
propri colleghi.
A mio giudizio, il rapporto tra insegnamento e
comunicazione deve diventare centrale nella formazione
dei docenti. Se è ormai scontato affermare,
dopo Watzlawick e la scuola di Palo Alto, che
qualsiasi comportamento è comunicazione2,
non c'è dubbio che il lavoro didattico
sia comunicazione al quadrato.
Ma allora, proprio per questo, è bene non
fermarsi ad un approccio ingenuo e semplificatorio,
dando per scontato che "l'insegnamento comporta
la comunicazione" e che ogni professore con
un po' di esperienza e di buon senso sia in grado
di "comunicare". Ma tra chi si svolge,
cosa veicola e come funziona la comunicazione
a scuola? Bisogna cercare risposte precise.
Senza una riflessione approfondita sul significato
della comunicazione in ambito formativo e specificamente
scolastico, senza una presa di coscienza di ciò
che veramente entra in gioco nel rapporto didattico,
anche in termini emotivi, si rischia solo di appiattirsi
su aspettative e schemi di ruolo idealizzati,
e di perpetuare stereotipi comportamentali, con
insegnanti che si sforzano di realizzare la quadratura
del cerchio, e semmai alla fine dell'anno scolastico
si sentono stremati e in colpa per non esserci
riusciti.
Occorre cambiare prospettiva, e partire dall'idea
che la qualità della comunicazione
scolastica non può basarsi, in una prospettiva
individualistica e atomizzata, sulle "capacità"
dei singoli docenti (che pure vanno coltivate
e sviluppate attraverso una formazione appropriata),
bensì in primo luogo sul contesto relazionale,
ossia sulla capacità dell'organizzazione
scolastica di realizzare una buona relazionalità
interna ed esterna.
Solo lavorando in questa direzione, rinunciando
ad un'immagine idealizzata del singolo professore
"comunicatore ideale", si potrà
rendere il lavoro dei docenti un po' meno impossibile,
e sicuramente più soddisfacente.
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