ATTEGGIAMENTI
DELL’INSEGNANTE
NELLA GESTIONE DEI GIOCHI PSICOLOGICI
Gruppo di studio docenti
del Liceo Russell (1) La psicologia Transazionale
ha rilevato che esistono delle relazioni interpersonali
disfunzionali alcune delle quali si possono strutturare
tra insegnanti ed alunni, alle quali E. Berne
dà il nome di giochi psicologici; se questi
“giochi di forza” non vengono riconosciuti
dall’insegnante, rischiano di dar vita a
dinamiche relazionali simili a un circolo vizioso
dal quale diventa molto difficile uscire.
IL GIOCO DELLE TROPPE
DOMANDE
Per molti aspetti F******* è il classico
enfant térrible; è vulcanico ed estroverso,
in classe non sta mai fermo, non passano tre minuti
senza che faccia sentire la sua voce: ha bisogno
di intervenire spessissimo per osservare, suggerire,
commentare, evidenziare quello che non gli va o
che gli piacerebbe fare, anche semplicemente per
farsi notare. Questo modo di fare peggiora quando
c’è qualche novità su cui gli
va di dire la sua:
- “Professoressa, perché ci ha
cambiato i posti?”
- “Perché in Consiglio abbiamo
ritenuto che questa sistemazione fosse la migliore”
- “Sì, ma chi glielo ha suggerito?”
- “Ti ho detto che è stata una
decisione collegiale.”
- “Secondo me è stata quella di
******* che ha sempre qualcosa da ridire, no?”
- “Chiunque sia stato, credo che sia
la soluzione più giusta, se tutti l’hanno
accettata.” “Però che bisogno
c’era? Non si poteva fare un’altra
volta?”
- “Evidentemente se l’abbiamo fatto
ora ci sarà un motivo.”
- “E che motivo c’è? (alla
classe) E poi a voi sta bene il cambio? Eh?
Che ne dite? E perché dobbiamo stare
sempre zitti (sic!)? E perché i professori
non ci hanno avvertito? E perché non
ci ha avvisato prima, Lei che è la Coordinatrice?”
- “Francesco, non è successo nulla
di drammatico; si tratta di un semplice avvicendamento.
Sapete che ci tengo che vi conosciate tutti.”
“Sì ma perché proprio a
me è toccata ****, che mi sta antipatica
e non mi posso sedere più vicino ad A******?
Non lo vede che non è giusto?”
Anche quando F. è sotto tensione emotiva,
per esempio durante una verifica, il gioco si
ripropone:
- “Professoressa, perché qui il
k è scritto diverso che nelle altre versioni?”
- “Abbiamo notato più volte che
ci possono essere lievi varianti tipografiche
a seconda dei libri.”
- “E perché a me Lei dà
sempre la variante più strana? Oppure
la versione più difficile?”
- “Guarda che ho letto i titoli e ho
fatto scegliere a te quella che volevi.”
- “Sì, ma perché io sono
sempre quello sfortunato?”
- “Professoressa, posso andare avanti
con il compito?”
- “Certo che sì. Qual è
il problema?”
- “E’ che ho scritto le prime tre
righe a tutta pagina e il resto in colonna.
Va bene lo stesso?”
- “Sì, stai tranquillo.”
- “Quando ho finito la prima facciata,
posso girare il foglio e scrivere dietro? Ci
capirà? Non è che si scorda di
correggere un pezzo di versione? Io lo dico
per Lei, eh?”
- “Stai più che certo: non sono
ancora del tutto rimbambita!”
- “E poi, perché questa parola
sul dizionario non c’è? Perché
il Rocci è scritto sempre così
piccolo e confuso? Perché i miei mi hanno
mandato al Liceo classico? (tra sé) Il
Greco è davvero una lingua del cavolo
(sic!! – sit venia verbis)”
- “F*******, mantieni la calma e cerca
bene: questo è il verbo eimì,
è impossibile che non ci sia sul dizionario.”
- “Eh, ma qui c’è una forma
tutta strana, “ei”……
perché non m’aiuta un po’?
Dai, solo una volta poi non vengo più,
lo giuro. E poi c’è pure quest’altra
che non capisco: che significa agatòs?
Che sono tutte queste parole che seguono? Perché
mi sono impicciato proprio qui?”
- “Senti, vai a posto e cerca di riflettere
con calma; ti ho dato indicazioni sufficienti
perché tu possa fare da solo.”
- “Ma come faccio, se non capisco quello
che c’è dopo?”
Questi dialoghi potrebbero continuare all’infinito
se l’insegnante non vi ponesse fine in
qualche modo. Osserviamo gli atteggiamenti dei
soggetti coinvolti:
- Il ragazzo mette alla prova la pazienza dell’insegnante
con le sue domande a raffica; inoltre cerca
di strutturare alcuni giochi psicologici (Perché
non…./Sì, ma… - Non sono
capace – Vedi se mi smuovi). Probabilmente
è anche piuttosto incerto ed alla ricerca
di conferme e di rinforzi positivi: non è
detto, quindi, che alla base del suo comportamento
ci sia necessariamente un atteggiamento di sfida
o la voglia di fare il “tiro alla fune”
con l’insegnante. Sicuramente, invece,
egli deve sviluppare un maggior grado di autonomia
e migliorare l’autostima sulle proprie
capacità; deve anche imparare a prendersi
la responsabilità di eventuali successi
e insuccessi.
- L’insegnante non cade nel tranello
del gioco psicologico: mantiene la calma, anche
se risponde abbastanza a tono. Interrompe il
dialogo quando riconosce il gioco e si accorge
che si sta entrando in un circolo vizioso, riproponendosi
di riprenderlo in un altro momento, su basi
diverse. Evita anche la relazione simbiotica
(fare lei stessa la traduzione al ragazzo per
farlo tacere e sollevare in questo modo se stessa
e l’alunno dalla difficoltà). Mediante
l’ascolto attivo, facilita il processo
di problem solving, del quale rimane comunque
protagonista lo studente.
Un atteggiamento controllato e paziente come
quello dell’insegnante citata nel dialogo
non è sempre facile da mantenere. Esistono
alcuni alunni veramente “stressanti”
con le loro continue richieste e situazioni in
cui la ristrettezza di tempi e la necessità
di dare ascolto a tutti inducono il docente a
dare risposte sbrigative quando non anche brusche.
E’ chiaro che anche l’insegnante è
un essere umano e non è pensabile che non
faccia mai il minimo errore nella relazione con
gli alunni. Ma mantenere un atteggiamento sicuro
di sé e rilassato nelle relazioni, nonché
avere saldo possesso delle fondamentali strategie
comunicative (quali ad esempio la circolarità
e l’assertività dialogica) significa
poter raccogliere, a lungo andare, frutti positivi
dal proprio lavoro.
Roma, giugno-luglio 2002
(1) Chi fosse interessato
a entrare in contatto con gli autori del presente
articolo, può rivolgersi a Comunicascuola.it
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