Un questionario sulle assenze
Nell'anno scolastico 2003-2004 è stato somministrato un questionario sulle assenze (vedi più avanti), su un campione di studenti di un liceo scientifico romano, 30 classi (su 38 dell'istituto) per un totale di 593 studenti di cui 300 femmine e 293 maschi.
Risultati:
Le risposte alla prima domanda (Ti capita o ti è capitato di non avere voglia di andare a scuola?) indicano che rispetto alla maggior parte degli studenti (85% circa) che provano avversione verso l'andare a scuola, ma soltanto una parte di loro (il 38% circa) mette in atto un'assenza, nella maggior parte dei casi con il consenso della famiglia (domanda n°2).
Alla domanda numero 3 ..quando non hai voglia di andare a scuola di solito è perchè..?
La risposta più scelta come prima è .non hai fatto i compiti e non sei in grado di affrontare un compito o un interrogazione.
E' un risposta che possiamo quasi dare per scontata, sembra verosimile che la maggior parte dei ragazzi che non vuole andare a scuola è perché non ha studiato e ha paura di essere scoperto. Anche se noi la consideriamo in una sequenza che non va necessariamente in questa direzione: uno studente non ha voglia di studiare e poiché non ha studiato evita di andare a scuola e/o non ha voglia di andare a scuola e questo fa scattare la molla del non studiare a questo punto è il non fare i compiti ad essere una conseguenza e non la causa, questo cambia un pò le cose e ci fa naturalmente chiedere come mai quel ragazzo non ha voglia di andare a scuola.
Mentre per la prima sequenza viene quasi automatica la risposta del perché uno studente non studia: "non si vuole impegnare", "è uno scansafatiche", "è un immaturo" ecc, viene meno di mano rispondere alla domanda: "perché questo studente non vuole andare a scuola". Lo scarso impegno aiuta poco e la risposta va più cercata nelle relazioni scolastiche, il che comporta un certo impegno da parte di chi analizza la questione.
Il caso di Giorgio
Qualche anno fa è venuto al Centro di Ascolto un ragazzo del secondo anno, dietro insistenza di un insegnante e di suo padre, che voleva interrompere la scuola: non aveva più voglia di studiare e aveva perso interesse nella scuola. Questo cominciava a creare qualche problema nel suo rendimento scolastico e nel rapporto con i professori. Quando abbiamo approfondito l'argomento insieme, è venuto fuori che lui in verità aveva paura di venire a scuola perché era continuamente oggetto di scherno da parte di alcuni compagni di classe e si sentiva molto vulnerabile rispetto a loro dal momento che non poteva chiedere aiuto agli insegnanti che l'avrebbero accusato di avere sempre qualche scusa per non studiare (cosa per altro già successa); oltre a questo a casa succedeva che suo padre lo seguiva con i compiti e nel tentativo di spronarlo, lo rimproverava di continuo di non essere abbastanza bravo in matematica, di essere lento e insicuro, portando se stesso come esempio da seguire e poiché il ragazzo ammirava molto il padre aveva ormai il senso di averlo deluso per non essere come lui e non poterlo mai diventare tanto da avere voglia di rinunciare ad essere qualsiasi cosa di diverso da suo padre. Con Giorgio, così si chiamava il ragazzo, abbiamo ricostruito soprattutto gli episodi con il padre e l'aspetto più importante è stato il riuscire da parte sua a prendere le distanze dal punto di vista paterno, e riconoscersi caratteristiche diverse e non per questo meno valide.
Ma al di là di come si sono risolte le cose, il caso di Giorgio, è solo uno dei casi in cui il fare i compiti e l'andare a scuola possono essere in relazione tra loro in maniera complessa.
Anche volendoli considerare nella relazione più comunemente accettata, questa da sola non dice nulla del perché uno studente arriva a non prepararsi per quello che dovrebbe essere uno dei più importanti tra i suoi impegni. Considerando sacrosanto che uno studente abbia ogni tanto periodi di svogliatezza e apatia verso lo studio e la scuola. Ma quando questo è motivo ricorrente di allontanamento dalla scuola, di distrazione dello studente che non ricorda quello che gli è statoassegnato è forse il caso di capire meglio da cosa nasce questa svogliatezza, di entrare meglio in quelle che dall'esterno sembrano soltanto immaturità e superficialità.
Si dice spesso che uno studente in difficoltà è un adolescente in difficoltà e si rinvia il problema alla situazione familiare, alla storia del ragazzo, ecc,
In effetti la scuola è uno dei campi in cui facilmente si generano conflitti tra genitori e figli. O meglio è uno dei campi in cui più facilmente si esprimono. Le aspettative dei genitori sia quelle espresse che quelle non verbalizzate giocano un ruolo importante nell'impegno scolastico dell figlio. E' qui molto difficile per il genitore trovare la dimensione giusta tra il suo essere una figura di riferimento, il lasciare spazio e il dare indicazioni sul modo e il tempo da dedicare allo studio. Problemi nel rapporto con i genitori si rifletteranno sull'andamento scolastico.
Ma qualsiasi problema dello sviluppo non può non tirare in ballo la scuola e i rapporti significativi che lo studente stabilisce con gli insegnanti, con i compagni ecc, buona parte del suo tempo lo trascorre a scuola. E' intuitivo che lo stato d'animo di uno studente sarà diverso se l'insegnante con cui ha a che fare è severo e giudicante o comprensivo e tollerante.
In sostanza anche serie difficoltà familiari, da sole non giustificano completamente il non impegno scolastico, tanto meno la non assiduità. Ci deve essere una qualche forma di non adattamento per rifuggire la scuola che altrimenti potrebbe diventare un porto sicuro in cuirifugiarsi e avere effetti compensatori ed equilibranti rispetto alle eventuali tensioni familiari.
Il caso di Andrea
Andrea ha 14 anni e ha iniziato il liceo scientifico da pochi mesi. La mattina si prepare per andare a scuola, esce di casa, scende i due piani di scale, quando arriva al portone del palazzo si piega in due per i dolori addominali, sta troppo male, non può andare a scuola. Doveva essere interrogato in matematica e invece risale a casa. Non è la prima volta che gli succede e ogni volta nei giorni in cui deve sostenere una prova a scuola, è chiaro per tutti a casa come queste due cose siano in relazione: il solo pensiero di dover sostenere una prova gli crea una forte tensione che culmina con i dolori addomiali e migliora lentamente man a mano che si allontana il pericolo di andare a scuola, Da quando ha iniziato il liceo sono più i giorni di assenze che le presenze, rischia già di essere bocciato solo per questo. E' la mamma che viene a parlarne al Centro di Ascolto. Come mamma soffre a vedere suo figlio in quelle condizioni e non se la sente di mandarlo a scuola lo stesso. Sente anche il peso della responsabilità, anzi lei dice della colpa di quello che succede ad Andrea, deve avere sbagliato qualcosa. Anche Andrea da parte sua, si sente in colpa per i problemi che crea in casa con i suoi malesseri (il padre si arrabbia e minaccia punizioni, la madre piange e la sorellina le va dietro). Ad una prima analisi e rimanendo nell'argomento scuola, si può ipotizzare che Andrea abbia un problema nel rapporto con gli insegnanti e che questo contribuisca a creare le condizioni in cui si scatena la crisi. Approfondendo la madre mi dice che nel parlare della scuola Andrea si esprime spesso con frasi del tipo"a loro di me non gliene frega niente" riferendosi agli insegnanti oppure "non ce la faccio ad andare avanti". Forse Andrea soffre particolarmente della mancanza di una relazione diretta con gli insegnanti, è difficile in pochi mesi adattarsi ad una realtà così diversa da quella che ha lasciato alla scuola media. Va anche detto che il rapporto insegnante-studente al liceo, è tendenzialmente diverso da quello che si è stabilito alle medie. A mio parere viene dato poco spazio, all'inizio, alle relazioni interpersonali.
Dicevo che forse Andrea sente in particolare la mancanza di una buona relazione con gli insegnanti, che non ce la faccia a sostenere gli impegni scolastici in una relazione (con gli insegnanti appunto) in cui sembra sentirsi ignorato, per Andrea evidentemente il non poter sperimentare rapporti diretti con loro equivale a sentirsi ignorato, con questo vissuto è difficile per lui mettersi in gioco, esporsi nelle prestazioni scolastiche.
Forse Andrea ha anche un problema in famiglia, per esempio la paura di deludere i genitori forse un po' di più il padre, sente delle aspettative alte sul suo rendimento scolastico e questo di per sé alza il livello dell'attivazione emotiva, il non poter contare poi su un riconoscimento a scuola evidentemente amplifica il potenziale di rischio nell'interrogazione: il rischio di essere disapprovati, criticati, giudicati inadeguati, ecc. Quello che da fuori può sembrare una mancanza di impegno (gli insegnanti in fondo vedono solo che il ragazzo non si presenta alle prove) è un tentativo maldestro di mantenere alta l'opinione degli altri o almeno di contenere i danni: meglio essereconsiderato immaturo e superficiale, piuttosto che poco intelligente o incapace. E' importante in questi casi che gli insegnanti siano informati delle difficoltà dei loro studenti, per questo è importante che si stabilisca una comunicazione, una relazione tra insegnanti e genitori che vada al di là dello scambio di informazioni sulle valutazioni scolastiche.
Torniamo al questionario. Le risposte alla domanda n°4 ci danno un quadro orientativo di come viene speso il tempo rubato alla scuola e alla famiglia, e nello stesso tempo ci dicono che la metà circa degli studenti (48,7%) non ha mai fatto assenze senza prima dirlo ai genitori. Le famiglie vengono in ogni caso informate nel 77,5% dei casi o subito, o al rientro a casa (domanda n°6). Queste risposte sembrano in linea con quanto lamentato dagli insegnanti: i genitori nella maggior parte dei casi conoscono il comportamento assenteista dei figli. Non sappiamo quanto in effetti lo sostengano.
Il caso di Francesco
Qualche anno fa è venuta al centro di ascolto la mamma di uno studente di terzo liceo. Durante un colloquio con l'insegnante di filosofia era venuta a sapere che suo figlio Francesco era spesso assente da scuola e lei non ne sapeva nulla. Il ragazzo scoperto ha confessato le sue assenze senza riuscire a darne un motivo coerente, l'unica cosa che sapeva dire era che quando arrivava davanti alla scuola sentiva l'impulso ad andarsene ed era quello che faceva. Il tempo scolastico, dal momento che non poteva tornare a casa, il ragazzo lo trascorreva girando la città sugli autobus senza una meta precisa. Con la madre abbiamo ricostruito insieme che probabilmente le fughe da scuola erano in relazione ad alcune difficoltàdel giovane a rapportarsi con i coetanei e con gli insegnanti e che forse questo era un aspetto da approfondire direttamente con lui, nel frattempo però, prima che il ragazzo si cacciasse nei guai era necessario che la famiglia fosse tollerante rispetto al suo bisogno di non andare a scuola e che gli fosse consentito di tornare o di rimanere a casa. L'appoggio dei genitori ha tranquillizzato il ragazzo che, non essendo più costretto ad andare a scuola, si sentiva anche più libero di andarci e affrontare meglio le difficoltà di inserimento.
Questo è sicuramente uno dei casi in cui la famiglia sostiene l'assenza del figlio, per proteggere il figlio da se stesso, ma anche da disagi scolastici quando capita che vengano poco riconosciuti a scuola.
La maggior parte degli studenti però, come abbiamo visto, preferisce informare personalmente i propri genitori della futura o della avvenuta assenza. E' in gioco il proprio senso di onestà, spensieratezza e serenità (domanda 7). Mentire ai propri genitori genera nella maggior parte dei casi sentimenti di colpa e di disonestà.
C'è un'incongruenza tra le risposte alla domanda 2 e risposte alla domanda 5. Gli studenti che descrivono le assenze "illegali" della domanda 5, sono molti di più di quelli che dichiarano di assentarsi da scuola senza dirlo ai genitori. Possiamo considerare che non fosse chiaro il senso della domanda e che molti abbiano risposto riferendosi a quello che capita più spesso e non a quello che capita nelle assenze. Per questo consideriamo i risultati più come andamento dei dati che come percentuali effettive.
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