Cari professori, imparate a comunicare
Un famoso pedagogista
italiano invita gli insegnanti a prendere coscienza
dei mutamenti sociali e culturali, che hanno trasformato
radicalmente il loro lavoro.
1. Prof.
Tiriticco, l'ipotesi di partenza del nostro sito
vede la scuola come un sistema complesso di relazioni
tra insegnanti, studenti, famiglie; un sistema nel
quale si intrecciano pregiudizi, schemi di identità
e di ruolo, aspettative reciproche - tutte cose
delle quali non sembra esserci sufficiente consapevolezza,
soprattutto da parte dei docenti. Cosa ne pensa?
Una istituzione scolastica autonoma (ISA), stando
alle innovazioni normative, si costituisce come
un "sistema organizzato aperto" che,
come tale, si confronta con il territorio a cui
offre determinati servizi di ordine culturale,
educativo, formativo, informativo, che devono
perseguire determinate finalità, rispondere
a determinati standard di funzionamento (che per
altro sono ancora da individuare a livello nazionale),
produrre beni particolarissimi, in termini di
conoscenze, competenze e capacità. Si tratta
di una svolta a 180 gradi che ha fatto credere
a molti che la scuola sia diventata (o dovrebbe
diventare) una azienda, il dirigente un manager,
gli alunni dei clienti e via dicendo. Si tratta
di una lettura sbagliata e riduttiva della innovazione
in atto, ma pericolosa in quanto fuorviante rispetto
alla effettiva trasformazione. Non ho paura a
dire che anche una azienda è un "sistema
organizzato aperto", ma con finalità
ben diverse da quelle di un'ISA, che un dirigente
deve avere anche competenze manageriali, che un
alunno è un cliente particolare, che "compra"
formazione, che certamente non è assimilabile
a un dentifricio!
Da una non conoscenza delle innovazioni degli
anni Novanta (sul terreno non solo normativo,
ma anche della nuova struttura della PA e dei
servizi pubblici) discendono tutti i luoghi comuni
in cui si intrecciano - come dite voi - pregiudizi
e si confondono identità, ruoli, aspettative
e non solo da parte dei docenti.
Io insisto sempre sul fatto che gli insegnanti
(comunque tutti gli operatori dell'educazione,
quindi anche dirigenti e genitori) dovrebbero
studiarsi ben bene tutti i dispositivi del cambiamento
(in allegato c'è un elenco di massima!)
altrimenti rischiano di gettare la spugna e/o
di andare alla disperata ricerca di un ruolo sociale
(ed antropologico-culturale, se volete) che non
esiste più! Se poi consideriamo che esistono
anche serie difficoltà oggettive (una riforma
rigettata ed una riforma ancora indefinita; una
autonomia ancora asfittica; una politica scolastica
centrata solo sul risparmio, e così via),
il rischio di cui sopra si eleva a potenza.
Ritengo che sia fondamentale la vostra scelta,
quella, cioè, di centrare una seria attenzione
sulle questioni che riguardano i sistemi, le organizzazioni,
i flussi di informazione, i modelli di gestione,
ecc, tutte quelle tematiche a cui non si può
sottrarre nessun "operatore" di una
società sempre più complessa. Sono
questioni che riguardano tutti i ruoli (e tutte
le funzioni connesse), non solo quello dell'insegnante!
Anche un cuoco, un estetista, un chirurgo, un
commercialista, un perito elettronico (notate
come sia lungi da me quella gerarchia delle professioni,
quelle "liberali" da una parte e quelle
"vili e meccaniche" dall'altra, che
abbiamo ereditate da un modello sociale ormai
assolutamente superato! Purtroppo, però,
non tutti se ne rendono conto!) non possono sottrarsi
ad una continua rivisitazione del ruolo!
Per essere più concreto e se mi è
lecito avanzare alcune proposte, suggerirei di
avviare approfondimenti seri su concetti di fondo
che soggiacciono al cambiamento e lo condizionano,
ma sui quali vi è una pessima conoscenza!
I concetti potrebbero essere i seguenti:
* la questione della qualità dei processi
progettati/gestiti/attivati e dei prodotti realizzati/non
realizzati
* la questione della comunicazione come informazioni
in/out
* la questione della comunicazione come relazioni
interpersonali
* la questione degli standard di funzionamento
* i concetti di efficienza, efficacia, economicità
(profili economici e giuridici)
* i nessi che corrono tra i concetti di trasparenza
e di partecipazione (profili giuridici e dinamiche
interpersonali)
* i concetti di imparzialità, uguaglianza,
continuità, diritto di scelta, diritto
di reclamo (principi sanciti con la normativa
degli anni Novanta)
* i concetti di monitoraggio, controllo, verifica,
valutazione di processo, di prodotto, di sistema.
2. Ultimamente,
in un suo intervento, Lei ha fatto cenno agli
"stili comunicativi" differenti che
un docente può adottare a livello didattico.
In effetti, ogni insegnante elabora di fatto,
col tempo, strategie comunicative proprie, tanto
nei confronti degli alunni, quanto verso gli altri
insegnanti e le famiglie. Non crede che tali strategie
andrebbero esplicitate e verificate, per misurarne
pregi e difetti? In che modo questo potrebbe essere
fatto, senza troppo urtare la suscettibilità
dei professori?
Ciascuno di noi ha una sua identità personale
ed un suo stile comunicativo che si è costruiti
con il tempo in ordine alle concrete relazioni
interpersonali in cui ha interagito. Occorre considerare
due variabili: che nulla è avvenuto per
caso; e che nella maggior parte dei casi tutto
si è verificato senza un sufficiente livello
di consapevolezza e di partecipazione.
In altre parole, mentre al parrucchiere possiamo
chiedere una certa acconciatura e non un'altra,
all'estetista di intervenire sul nostro volto
in un certo modo e non in un altro, possiamo intervenire
sul nostro corpo per sviluppare certi muscoli
o arrotondare certe forme, e non solo, acquistiamo
una camicia e non un'altra, e vogliamo quelle
scarpe e non quelle altre, insomma, mentre "abbiamo
la netta consapevolezza" del perché
e del come possiamo intervenire sul nostro fisico,
"accettiamo come un dato" certi tratti
della nostra personalità!
Dovremmo rovesciare questa credenza ed imparare
che è possibile - perché lo è
- intervenire sui tratti anche più profondi
della nostra personalità. Certamente, la
prima cosa da fare è quella di sapere "leggere"
(conoscere, decodificare, interpretare) certi
nostri modi di essere e di pensare (atteggiamenti
caratteriali e mentali) sotto un profilo fortemente
analitico e critico: si tratta di una operazione
difficilissima, in quanto ciascuno di noi in genere
è portato ad accettarsi come la migliore
persona possibile! E solo in seconda istanza ci
si può adoperare per apportare i correttivi
del caso!
Nella società della informazione e della
comunicazione (i due concetti sono diversi!) ed
anche della immagine - come si suol dire, e non
in senso dispregiativo - questo tipo di attenzione
e questo tipo di operazioni acquistano una particolare
importanza! Quando "faccio" comunicazione
con le mie studentesse all'università,
dico sempre loro (e glielo dimostro) che attenzioni
ed operazioni di questo tipo serviranno loro in
quanto diventeranno insegnanti, ma servono loro
anche subito, in quanto persone che vivono ed
operano in una società complessa e difficile,
con una famiglia che è fatta in un certo
modo, con un ragazzo che è fatto così
e via dicendo!
Voglio dire, insomma, che, se la "cura"
della comunicazione (della dimensione relazionale
intra- ed interpersonale) è necessaria
a ciascuno di noi per misurarci al meglio in questa
società, diventa indispensabile per colui
che è impegnato in ruoli di socializzazione!
Un insegnante, ma anche una madre, come un medico,
un operatore sociale ai più diversi livelli
di responsabilità (dall'animatore di un
campo vacanze all'impiegato ad uno sportello,
al manager di un'azienda), non possono fare a
meno di "costruire" certi tratti della
loro persona e di dar vita a certi stili comunicativi!
Penso che, se si è fatta una buona informazione/formazione
sui processi di cambiamento/innovazione in atto,
di cui alla domanda 1, non è difficile
creare una situazione favorevole a che i docenti
comprendano - ed accettino - che è necessario
mettersi in discussione. Lo dice la mia personale
esperienza di lavoro con i docenti, anche in attività
di simulazione e/o di giochi di ruolo!
3.
La cooperazione tra i docenti è decisiva
per fronteggiare la sfida dei nuovi saperi. Talvolta
però cooperare é difficile, a causa
della scarsa disponibilità dei docenti
a comunicare tra loro in modo sostanziale. Perché,
a suo parere, la comunicazione tra gli insegnanti
presenta dei problemi? Come si potrebbe affrontarli?
La cooperazione tra docenti è decisiva
se è vero - come è vero - che insegnare
"per discipline" (a ciascuno la sua!)
oggi è fallimentare! In primo luogo debbono
accettare (e non è cosa facile) che la
disciplina di competenza è uno strumento,
un parzialissimo strumento di conoscenza, e non,
come in genere ciascuno ritiene, il più
nobile ed il più elevato dei saperi! Quando
comprendono che il fallimento non dipende dalla
svogliatezza (o dalla somaraggine o dalla demotivazione
o dall'assoluto disinteresse) degli studenti,
ma dalla inadeguatezza dell'offerta, allora siamo
sulla strada buona! Il migliore insegnante pensa
sempre che sia un venditore di perle in un mercato
di porci, mentre invece vende sassi senza valore
a cercatori di perle! Perché insegnanti
ed alunni, offerta e domanda, si incontrino, è
necessario che l'offerta si adegui alla domanda
degli studenti. Ovviamente non alla domanda esplicita
(la partita di calcio, la discoteca, il sesso,
nel peggiore dei casi la droga, la prepotenza
e via dicendo) ma alla domanda implicita (da dove
origina il disagio giovanile, la mancanza di punti
di riferimento, di valori, se si vuole, l'incapacità
di "leggere" nel loro vissuto e nelle
loro attese). Prima occorre affondare il bisturi
nell'implicito del loro mondo, poi organizzare
l'offerta, mescolare insieme gli strumenti/discipline
e costruire "oggetti" appetibili, che
inneschino una o più micce nel loro profondo...
è la didattica modulare!
E' la scuola di Barbiana, se si vuole, laddove
Gianni e Pierino stavano insieme pur con tutte
le loro abissali distanze, che andavano assolutamente
colmate, con pazienza e con umiltà! Certamente,
è difficile per un insegnante che ha faticato
tanto per conseguire una laurea con tanto di lode
convincersi che non è la laurea la leva
con cui può sollevare il mondo della sua
classe! Deve trovare altre leve, "comunicando"
in primo luogo con i suoi studenti, poi con i
suoi colleghi, cominciando a dar vita ad attività
cooperative, laboratoriali, di ricerca/azione
- come si suol dire - che si devono scoprire sul
campo. Ogni situazione è diversa da un'altra.
Non c'è una ricetta per tutti gli usi!
Voi parlate di scarsa disponibilità dei
docenti a comunicare in modo sostanziale! Tra
loro e con gli altri "significativi":
il dirigente, gli studenti, i genitori. Devono
imparare a scendere dai loro scanni, con umiltà
e con semplicità, come il bambino "deve"
imparare a lasciare il suo seggiolone se vuole
superare l'egocentrismo. E dal seggiolone o scende
o... ci cade! La cosa può sembrare difficile,
ma non lo è se un dirigente (un ex preside
o direttore) o comunque un suo delegato è
capace di animare un gruppo, dirigerlo, saperne
cogliere le dinamiche, correggerle, attivarne
di altre! Abbiamo molti studi in merito ed anche
molte esperienze!
Avverto la vostra obiezione! Ma, se il dirigente
o chi per lui non ha alcuna conoscenza/esperienza
in merito? Si ricorre ad un esperto in materia!
Ma lo si fa, certamente, solo se se ne avverte
il bisogno!
In una società complessa, o meglio in situazioni
complesse dove sempre più si lavora e si
assumono decisioni in gruppo, la guida del gruppo,
il coordinamento degli interventi, il saper dare,
e togliere (sic!) la parola, riuscire a comprendere
gli orientamenti, le linee di tendenza, di ciascuno,
del gruppo, degli eventuali sottogruppi, le interazioni
positive e negative (le alleanze e i conflitti)
tutto ciò che è implicito, cioè
le modalità con cui si interviene più
che le cose che si dicono, è questione
cruciale! E non è cosa da poco! Risale
ad una competenza, la competenza relazionale,
appunto! Che non si inventa, non si improvvisa
e che non è un dono naturale, ma che si
apprende con pazienza e con un opportuno trend
di formazione.
4. Spesso
gli studenti lamentano una scarsa capacità
dei docenti di relazionarsi con loro. In che modo
gli insegnanti potrebbero migliorare il loro rapporto
con la classe?
Come possono gli insegnanti migliorare il loro
rapporto con la classe? Certamente non insistendo
sulla importanza dello studio, della disciplina,
della scuola, del senso del dovere, e amenità
di questo genere. Sono "cose" che si
fanno e non si dicono! La bontà del rapporto
è direttamente proporzionale alla bontà
dell'offerta! L'offerta deve sollecitare la curiosità,
l'interesse, la partecipazione, la divergenza,
l'inventiva, la creatività - se si vuole
- degli studenti! E' certo che non c'è
nulla di più demotivante che spiegare la
prima guerra di indipendenza e assegnarne lo studio
da pagina tot a pagina tot! Il prof sa tutto lui,
conosce il programma, conosce i contenuti, ha
saggiamente diviso il numero delle pagine del
libro di testo per le ore di lezione! Ciò
si poteva anche fare quando la scuola era una
caserma, il prof il caporale, gli alunni tanti
soldatini obbedienti... altrimenti! Ed era anche
facile insegnare (insegnare?)!
Oggi i soldatini sono diventati soggetti attivi
e pensanti, esigono partecipazione e responsabilità!
Lavorare insieme, questo è un grande segreto,
ma lavorare perché cosa?, Per quali obiettivi?
La chiave è nel "contratto formativo",
nel patto implicito che si sottoscrive all'inizio
dell'opera, quando il prof si assume il compito
di essere un direttore dei lavori, o meglio un
capocantiere, in cui tutti lavorano insieme per
produrre cose nuove, cose che prima non c'erano
e che erano "ignote" anche allo stesso
prof. o meglio agli stessi prof, insieme!
Il rapporto con la classe no va migliorato! va
creato! E sarà sempre diverso, perché
diversi sono i soggetti che "sottoscrivono"
il patto. Allora, bisogna in primo luogo domandarsi:
perché la prima guerra di indipendenza?
perché il teorema di Pitagora? perché
l'origine dei terremoti? perché i logaritmi?
Sono "cose" necessarie per? E, se lo
sono, corrono delle relazioni tra eventi di così
diversa natura? Maragliano sostiene la tesi provocatoria
di una scuola in-disciplinata... di fatto, è
la strada della ricerca dei nuclei fondanti dei
diversi saperi (gli ambiti disciplinari, le aree
pluridisciplinari, la pluridisciplinarità,
la modularità). E' un ambito di ricerca
in cui non solo i 40 saggi hanno lavorato ma anche
gli stessi docenti sono coinvolti! E si scoprirà
che la prima guerra di indipendenza può
costituire un frammento di un lavoro di ricerca/produzione
di un ipertesto sulla natura e l'origine di determinati
conflitti con tutti i paralleli del caso... la
butto lì... da dove ha origine il sacrificio
di un Goffredo Mameli e quello di un kamikaze
palestinese? Sono paralleli troppo arditi per
un prof confinato nelle pagine del suo libro di
testo, ma non lo sono rispetto alla percezione
di un giovane d'oggi, che non canta l'inno perché
non ne capisce le parole (ed è più
che giustificato che sia così!) e che non
sa darsi ragione del bacio di commiato del kamikaze
alla madre che è fiera del figlio!
Se non si lavora con le reali mappe cognitive
dei nostri giovani (o dei nostri bambini) è
molto difficile provocarle, anzi si rischia di
tentare di comprimerle con mappe prefabbricate
da noi (dai libri di testo, dai programmi prescrittivi
e così via!). Ma i nostri non ne vogliono
sapere di... saperi precodificati!
Il rapporto con la classe si costruisce quando
si costruisce una o più ipotesi di lavoro
che siano credibili e gratificanti per i nostri
alunni! Antonio sa tutto della musica pop, Laura
sa tutto del fitness, Giuseppe tutto dei mondiali,
Giulietta tutto delle veline e via dicendo! E
nessuno glielo ha insegnato! Certamente c'è
anche l'appassionato di monete e quello di musica
classica! Ed anche la rara avis dell'appassionato
del latino! E dietro ogni Giulietta ed ogni altra
passione ci sono sempre mille invisibili stimoli!
Ecco un'altra chiave! Rendere visibili questi
stimoli, per comprenderli, studiarli, controllarli,
lanciarne di altri! Molto molto prima di una lezione
- anche la più brillante, anche la più
avvincente - sulla prima guerra di indipendenza!
5. Che
cosa significa curare l'aspetto relazionale, nel
contesto dell'azione educativa e didattica? In
altri termini, quali possono essere a suo giudizio
gli indicatori di una comunicazione efficace?
I possibili indicatori di una comunicazione efficace!
C'è materia per un intero corso universitario!
Questo, comunque, è importante: che cose
di questo genere vanno studiate, e bene, esercitate,
perché si tratta di acquisire competenze
professionali del tutto nuove, che un insegnante
non ha acquisito nel suo normale corso di studi!
Un insegnante - anche se non lo sa - svolge sempre
due ruoli con gli alunni: il ruolo dell'esperto
della informazione (padroneggia i contenuti su
cui deve far lavorare gli alunni, li organizza,
li articola, ecc.) e il ruolo dell'esperto della
formazione (stimola gli apprendimenti, li verifica,
li sostiene, favorisce l'acquisizione delle competenze
e delle capacità degli alunni, favorisce
la socializzazione e l'acquisizione di valori,
ecc.). Come si suol dire, deve saper lavorare
con la mano destra (correttezza delle informazioni)
e con la mano sinistra (produttività della
formazione).
A volte dovrà puntare sugli obiettivi (il
modello funzionale dell'animazione), a volte sui
soggetti dell'apprendimento (il modello espressivo),
a volte sui processi che attiva, sostiene, controlla
(il modello interattivo). E già sono tre
stili diversi di conduzione del gruppo: il direttivo/autoritario,
quello che possiamo definire empatico, il partecipativo/democratico.
In ogni caso, dovrà sempre avere sotto
controllo le sue personali funzioni linguistiche
(i modelli di Jakobson, di Halliday) ed essere
padrone degli "atti linguistici", se
è vero, come è vero, che la parola
è soprattutto azione, e ciò ha una
peso ed una valenza formidabili nel campo dell'educazione!
Variabili non ininfluenti sulla vita e produttività
del gruppo sono la gestione/controllo dello spazio
e dei tempi (la prossemica e la cronemica) e la
gestione controllo delle distanze interpersonali
a cui si lega tutta la tematica della postura,
del movimento, della mimica e della gestualità.
Non ultimo il problema del controllo della voce
(timbro, tono, volume, ritmo, pausazione, ecc.)
in funzione di ciò che effettivamente si
vuole comunicare al di là di ciò
che si dice (ogni informazione comporta due livelli,
quello del contenuto e quello della relazione).
Insomma vi è un'ampia materia di studio
su di sé e di modifica dei propri atteggiamenti
e comportamenti.
Tutto ciò implica la rottura dello schema
tradizionale lezione-studio-esercitazione-interrogazione-voto,
in funzione di più schemi e più
modelli che - si badi bene - non contraddicono
ciò che ereditiamo dalla scuola del passato,
ma lo integrano, lo arricchiscono. Sono solito
dire che non sono contro la lezione cattedratica,
a condizione, però, che si insegni a tenerla
anche agli studenti. "Parlare in pubblico"
implica una serie di competenze comunicative non
indifferenti!
Ho indicato, anche se parzialmente e succintamtente,
tanto materiale di riflessione. E gli indicatori
possono essere estrapolati dai nostri lettori!
Provateci! Riponderò alla provocazione!
Roma, giugno 2002
Maurizio Tiriticco
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