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MA COSA HA IN MENTE LA SCUOLA? Le
recenti scoperte sul funzionamento del cervello
stanno rinnovando radicalmente pedagogia e didattica,
aprendo l’era delle “scienze bioeducative”
.
A spiegare di cosa si tratta sono le autrici di
Immagini e teorie della mente (2002), un testo-chiave
per comprendere la rivoluzione in corso.
Intervista alle prof.sse Flavia Santoianni e Maura
Striano
a cura di Alberto Cataneo
- Occuparsi oggi di
formazione obbliga a confrontarsi con il problema
di cosa sia, di come funzioni , e di come venga
pensata la mente: è questa, in linea
generale, la tesi di fondo del vostro libro
Immagini e teorie della mente?
Si, è questa. In particolare, nel volume
Immagini e teorie della mente ci siamo proposte
di studiare tre recenti matrici interpretative
che hanno dato luogo a una pluralità
di trend di ricerca che oggi regolano la considerazione
della mente nella letteratura scientifica nazionale
e internazionale sull'argomento e che hanno
interessanti risvolti nella gestione delle problematiche
formative. In particolare, la mente è
stata studiata come:
- intersoggettiva,
- distribuita e situata,
- correlata al cervello.
Il presupposto da cui partiamo è
che le immagini, le teorie “ingenue”
e di senso comune, le rappresentazioni che
i diversi soggetti (insegnanti, alunni, formatori,
formandi…) implicati nei contesti e
nei processi di formazione hanno della mente
siano determinanti nell’orientare, più
o meno consapevolmente, le modalità
di gestione dei processi di apprendimento
e di costruzione della conoscenza. Rendere
esplicite a diversi livelli queste immagini,
teorie, rappresentazioni ci consente di comprendere
meglio, ed eventualmente modificare, le scelte
operative dei docenti e dei formatori e conferisce
agli stessi strumenti per intervenire su di
esse in modo consapevole e mirato. Consente
inoltre ai ricercatori, ai formatori, ai formandi
di individuare e riconoscere i condizionamenti,
le difficoltà, i vincoli che determinano
significative impasse nei processi apprenditivi
e che possono essere risolte attraverso l’attivazione
di procedure metacognitive e metaconoscitive.
I recenti sviluppi delle neuroscienze indirizzano
la ricerca sui processi apprenditivi verso
una considerazione del sistema cognitivo come
sistema complesso, dinamico, in continuo sviluppo
e in interazione con l'ambiente; sistema elaborativo
a funzionalità interrelata che, nell'ontogenesi,
tende a complessificarsi nella specificità
e nella differenziazione. Il sistema cognitivo
è, inoltre, un sistema eterogeneo,
a matrice genetica ed epigenetica; eterocronico,
in sviluppo continuo e discontinuo; adattivo,
a funzionalità esplicita e implicita;
interattivo, in senso singolare e plurale;
evolutivo, a livello filogenetico e ontogenetico;
un sistema che va studiato nel suo complesso
e nel suo svolgersi, individuandone le prospettive
di educabilità, il “processo”
della formazione nell’epigenesi. E’
proprio la sinergia tra le neuroscienze e
le scienze dell’educazione, l’interazione
reciproca e dinamica, la condivisione delle
conoscenze e la mutua collaborazione nello
studio di problematiche comuni, nel rispetto
delle specifiche identità, che può
attivare disposizioni interpretative potenzialmente
euristiche per una comprensione più
profonda del funzionamento della mente. D’altra
parte, sono sempre di più i neuroscienziati
“umanisti” – si pensi a
Boncinelli, ad esempio – che coniugano
le conoscenze bioneuroscientifiche e l’attività
di sperimentazione con un bagaglio culturale
letterario, storico, filosofico, psicologico,
pedagogico… L’interpretazione
delle problematiche formative alla luce delle
conoscenze bioneuroscientifiche può,
dunque, avere una rilevante significatività
adattiva per lo sviluppo di conoscenze e competenze
per la comprensione del sistema uomo. Studiare
il cervello per “scoprirvi” la
mente è, infatti, in se stessa, una
delle più affascinanti ricerche nella
avventura del pensiero.
- Il libro si
inserisce nel nuovo approccio pedagogico delle
scienze bioeducative, al quale è stato
dedicato nell’ottobre scorso un convegno
presso l’Università Federico II
di Napoli. Potreste chiarire in cosa consiste
la novità di tale impostazione?
Le scienze bioeducative sono un campo di
ricerca interdisciplinare tra pedagogia, neuroscienze
e psicologia, la cui recente costituzione
è stata definita dal B.E.S. (cfr. E.
Frauenfelder, F.Santoianni, a cura di, Le
scienze bioeducative. Prospettive di ricerca,
Liguori, Napoli, 2002; trad. inglese Mind,
Learning and Knowledge in Educational Contexts,
Cambridge Scholars Press, Cambridge, 2003).
Il B.E.S. è un gruppo di ricerca che
si propone di analizzare le relazioni mente-cervello-apprendimento
e natura-cultura-educazione attraverso lo
studio dei processi che regolano l’educabilità
nell’ontogenesi lungo prospettive di
ricerca epigenetiche, biodinamiche e sinergiche.
Temi attuali nelle scienze bioeducative, temi
di interesse nelle scienze dell’educazione,
possono essere considerati la inscindibile
presenza del sistema cognitivo ed emozionale
nell’apprendimento, la natura delle
qualità di specializzazione e differenziazione
del sistema cognitivo, l’influenza della
dimensione organismica nella relazione mente-cervello-apprendimento,
le relazioni sinergiche natura-cultura nella
formazione individuale, i determinanti strutturali
nella costruzione della conoscenza, la formazione
epigenetica della mente, … Alla base
di questo discorso, tuttavia, c’è
un possibile fraintendimento che occorre chiarire
inizialmente. L’interazione con il mondo
bioneuroscientifico non è, solo, una
esigenza pedagogica; l’interesse verso
la comprensione globale del sistema-uomo e
verso le problematiche formative che ne regolano
le dinamiche ha comportato, di fatto, un avvicinamento
delle due aree di ricerca che, molto probabilmente,
ha un innesco irreversibile. Se questo è
un punto di non ritorno, chiedersi come sarà
possibile mediare questa interazione è
un problema ineludibile e il fraintendimento
può consistere nel non vedere che il
mondo della formazione e quello delle bioneuroscienze
hanno, oggi, e avranno, domani, diversi punti
in cui la ricerca si fa reciprocamente tangente;
nel considerare, dunque, questa interazione
“una creazione pedagogica”. Qual’è,
allora, il senso pedagogico di tale avvicinamento
alle neuroscienze? Vi sono, attualmente, nella
ricerca, tematiche composite, proprio come
la relazione adattiva mente-cervello-apprendimento
o la relazione complessa natura-cultura-educazione,
tematiche che concorrono alla più generale
spiegazione del sistema uomo. Non è
possibile affrontare tali tematiche senza
una pluralità di interventi disciplinari,
ma il senso pedagogico che li accomuna tutti
deve essere rinvenuto nella centralità
del problema formativo presente, al loro interno,
spesso in forma implicita. Come renderlo esplicito?
Come cogliere il profilo formativo presente
in altri ambiti di ricerca? Come mediare tra
le diverse istanze, umanistiche e scientifiche,
senza che si perda la matrice di ricerca che
caratterizza ognuna di queste aree? La riflessione
pedagogica sulle scienze dell’educazione
è, essa stessa, un modello esemplare
di regolatività; di gestione critica,
radicale e razionale di una pluralità
di saperi attraverso prospettive ermeneutiche
e disposizioni interpretative aperte e flessibili.
Affidare alla pedagogia un compito di mediatrice
tra mondo scientifico e mondo umanistico è
un modo per riconoscerne proprio la specificità
ermeneutica, regolativa e fondativa al tempo
stesso. Il valore epistemologico di questa
posizione teorica risiede, infatti, nelle
potenzialità pedagogiche dell’esercizio
di una funzione “trasversale”
che nulla cede al riduzionismo e nulla toglie
alla vocazione radicale, alla tensione trascendentale
e alla natura riflessiva e metateorica della
pedagogia. La pedagogia corre dei rischi,
nell’esercizio delle sue funzioni? Forse,
ma è protetta, dalla sua propria natura
dismorfica e ipercomplessa. E da un punto
di vista metodologico? Non si dimentichi,
qui, la lezione di Visalberghi, che insegna
come la pedagogia possa fare propria la nozione
di pluridisciplinarietà; nozione che
le consente di “condividere” con
altre aree di indagine obiettivi e finalità
di ricerca (che, nel caso del mondo scientifico
e umanistico possono essere comuni, un esempio
su tutti l’interpretazione dell’individuo
come fenomeno complesso) ma, non necessariamente,
metodi di indagine (spesso, in questi campi,
diversissimi) o, ancor meno, basi di partenza
teorica (nel senso dello specifico punto di
vista disciplinare da cui muove ogni sapere
nel delineare ipotesi di ricerca). La costruzione
della conoscenza è un processo complesso,
eterogeneo, ma non per questo disorganico,
se guidato da funzioni regolative; è
un processo che può nutrirsi di più
apporti disciplinari, ma non per questo viene
meno alla sistematicità e alla fondatività
di ogni sapere – o insieme di saperi
– che voglia definirsi scientifico:
il concetto di interazione non implica, necessariamente,
una condivisione di identità ma, piuttosto,
un potenziamento sinergico di specificità
individuali per il raggiungimento di un fine
comune.
- Nel testo si
fa riferimento alla cosiddetta “psicologia
ingenua”. Di cosa si tratta? In che modo
il lavoro dell’insegnante ne risulta condizionato?
Per “psicologia ingenua” o “folk
psychology” nella letteratura di settore
si indica la visione del mondo psichico e
degli stati mentali che orienta (in termini
di costrutto teorico o di funzione esplicativa
ed interpretativa) l’uomo “della
strada” nella gestione dei propri comportamenti
cognitivi, affettivi, relazionali e nell’
interpretazione e/o previsione dei comportamenti
mentali degli altri soggetti. Si tratta di
una visione storicamente e culturalmente mediata
che ha una importante funzione nel situare
il soggetto che apprende e costruisce conoscenza
nell’ambito di uno specifico contesto.
Esistono, dunque, stati mentali che si configurano
come credenze, intenzioni, desideri che orientano
comportamenti ed azioni cognitive a livello
individuale e sociale; la “psicologia
ingenua” si traduce sempre in pratiche
utili alla descrizione di stati mentali ed
alla spiegazione e predizione di comportamenti
mentali (Davies, Stone, 1999) e per questo
motivo ha una funzione di orientamento nell’ambito
dei contesti formativi. Il lavoro dell’insegnante
e del formatore è sempre condizionato
dalla visione del mondo psichico e degli stati
mentali cui essi fanno riferimento: le pratiche
didattiche si configurano in modo molto diverso
sulla base delle diverse credenze, intenzioni,
desideri dei soggetti che vi sono implicati.
Su queste basi, l’incontro con la mente
degli studenti e dei soggetti in formazione
è sempre mediato dalla “psicologia
ingenua” di cui tutti, in diverse forme,
sono portatori e di cui bisogna pertanto necessariamente
tener conto. Per fare un esempio, un insegnante
che sottoscrive una credenza a proposito dell’intelligenza
come realtà statica, immodificabile,
misurabile in modo efficace con test che identificano
il Q.I. dei soggetti in formazione, sarà
condizionato da queste credenze nella sua
valutazione delle performance dei diversi
alunni ed orienterà in modo differenziato
la gestione dei processi di apprendimento/insegnamento.
- Nella prima parte
del libro si parla di “metacognizione
e processi di controllo”. In quest’
ambito, si può fare riferimento (nel
testo se ne fa cenno a p. 29) al problema del
metodo di studio? Spesso infatti gli insegnanti
si lamentano del fatto che i loro alunni “non
posseggono un metodo di studio”. In realtà,
a mio avviso, non sempre è presente a
livello scolastico un’ approfondita riflessione
su cosa debba intendersi per “metodo di
studio”; la tendenza prevalente é
di immaginarlo come qualcosa di universalmente
valido, laddove al contrario “non è
possibile…ipotizzare un modo ideale in
cui ogni soggetto controlli la propria attività
cognitiva” (p. 31). In altri termini,
è corretto affermare che, nell’impostazione
da voi sostenuta, il principale obiettivo dell’azione
formativa dovrebbe essere quello di sviluppare
nel soggetto un “controllo delle risorse
intellettive” che implichi la consapevolezza
della specificità del proprio potenziale
intellettivo ?
Nelle scienze bioeducative, si afferma l'esigenza
di mediare tra la singolarità dell'individuo,
la specificità dell'elaborazione cognitiva
e affettivo-emozionale di ogni soggetto, e
la socializzazione della conoscenza, la sua
negoziazione e co-costruzione. Ne vengono
fuori modelli interattivi, nei quali la condivisione
della conoscenza passa sempre attraverso il
riconoscimento della singola espressione individuale
come fulcro della relazione formativa. Il
discorso bioeducativo è centrato sulla
nozione di educabilità: l’educabilità
non è definita una volta per tutte,
ma è il processo della formazione nella
epigenesi, un processo lungo e frastagliato,
diverso da soggetto a soggetto e mai omologabile.
I passi da riconoscere, quindi, sono due:
da un lato è necessario rilevare l'impossibilità
di definire un metodo di studio valido per
ogni soggetto, così come non ha senso
cercare una qualunque modalità di insegnamento
che sia, per principio, valida per tutti.
I diversi soggetti hanno sempre diverse reazioni
alla stessa stimolazione, e l’insegnante,
se usa una modalità trasmissiva uniforme
(sia essa percettiva, sia essa elaborativa)
dovrebbe essere sempre consapevole del fatto
che sta effettuando una cernita delle possibilità
di apprendimento a monte, e non a valle, precludendo
ad alcuni la piena espressione delle proprie
potenzialità. A maggior ragione, ed
è questo il secondo passo, se partiamo
dal presupposto che ogni soggetto è
diverso dagli altri, che non è realizzabile
proporre un metodo di studio utile per ogni
soggetto, che non è possibile definire
una modalità di insegnamento come valida
in senso assoluto, allo stesso modo dobbiamo
considerare un ineludibile presupposto alle
pratiche formative che ogni soggetto divenga
consapevole della qualità del proprio
potenziale intellettivo lungo il corso dello
sviluppo. Questo significa che l’educabilità
è un processo: è un processo
attraverso il quale ogni soggetto acquisisce
il progressivo riconoscimento delle proprie
potenzialità di apprendimento, di ciò
che è innato e di ciò che è
acquisito e, nel migliore dei casi, impara
a riconoscere questa doppia valenza, facendo,
di conseguenza, passi avanti nel padroneggiare
il proprio sistema di gestione del cognitivo.
Questo è il senso del CRI, il controllo
funzionale e biodinamico delle risorse intellettive,
un processo che va sempre messo in relazione
con l'interattività della relazione
formativa, nella quale la calibratura dell'offerta
dovrebbe essere continuamente regolata dal
feedback di risposta individuale.
- "Si può apprendere
e si può insegnare.nella misura in cui chi apprende
e chi insegna è in grado di interpretare, ipotizzare,
prevedere, spiegare gli stati mentali propri
e altrui e di formulare giudizi su di essi,
sulla base di costrutti teorici o di capacità
di simulazione" (p. 59). D'altra parte, esplicitare
le strutture di conoscenza e di metaconoscenza
rende necessaria "l'attivazione, a diversi livelli
nell'ambito dei contesti formativi, di percorsi
di metaconoscenza" onde favorire "l'acquisizione,
lo sviluppo e l'uso di un linguaggio sul pensare"
(p. 59). E' possibile fare qualche esempio di
tali percorsi, per quanto riguarda i docenti
delle scuole superiori?
I percorsi di metaconoscenza promuovono una
significativa consapevolezza della parte che
le personali funzioni cognitive (nella complessa
interazione con quelle degli altri soggetti
e con le configurazioni contestuali in cui si
determinano) giocano nella “costruzione”
della realtà, della conoscenza e del
sapere e del ruolo costitutivo ed essenziale
svolto dal contesto in tale costruzione.
Si tratta di una modalità di lavoro che,
nell’ambito dei contesti di formazione
si articola, su diversi piani ed a diversi livelli.
Esso permette, infatti:
• la ricostruzione delle "storie
cognitive" dei soggetti, la ricognizione
dei loro diversi “stili di pensiero”,
e delle loro configurazioni cognitive (riconoscendone
la peculiarità ed individuando eventuali
impasse, chiusure e rigidità);
• l’analisi dei diversi codici linguistico/espressivi
di cui i soggetti fanno uso (anche in rapporto
ai personali codici di riferimento ed a quelli
dei contesti socioculturali di appartenenza)
e l’individuazione di possibilità
di confronto, intersezione, dialogo tra i codici
d’uso con la messa in atto di un progressivo
allargamento dei campi semantici e dei piani
di discorso;
• la ricognizione dei repertori di conoscenza,
delle teorie e dei saperi di riferimento (più
o meno espliciti e più o meno formalizzati)
di cui i soggetti dispongono e fanno uso nei
processi apprenditivi in cui sono implicati;
• il confronto con i diversi "significati"
che i soggetti attribuiscono alle esperienze
di apprendimento e di formazione e con le diverse
modalità di esplorazione, interpretazione
e gestione di tali esperienze;
• l’organizzazione di esperienze
di “mediazione” cognitiva funzionale
alla costruzione di “strutture di significato”
adeguate a supportare e a modulare gli apprendimenti
inscrivendoli all’interno di strutture
cognitive efficienti e ben organizzate;
• la promozione e la sollecitazione di
nuove modalità di esplorazione, interpretazione,
significazione, organizzazione cognitiva, conoscenza
delle esperienze umane allo scopo di dare vita
a e sempre più efficaci e significativi
modi di apprendere e conoscere;
• il riconoscimento delle “caratteristiche
di accesso” sulla base delle quali, nell’ambito
di specifici contesti, si costruiscono apprendimenti
e conoscenze.
- “Scuola ed
extrascuola…vanno a proporsi non più
come ambiti di istruzione formalizzata e di
trasmissione di saperi organizzati, ma come
ambiti in cui è necessario imparare soprattutto
a gestire e a costruire processi di conoscenza”,
in quanto la professionalità degli operatori
della formazione “va sempre più
a connotarsi come professionalità di
knowledge management”(p. 61). D’altra
parte è pur vero che ogni docente é
fortemente legato alla propria disciplina, ai
suoi contenuti specifici, e nella pratica dell’insegnamento
spesso la “trasmissione di saperi organizzati”
tende a prevalere sullo sviluppo di competenze
e capacità. In che modo la vostra impostazione
può conciliare le due cose?
I percorsi di metaconoscenza consentono ai
docenti e ai formatori di confrontarsi in
quanto soggetti epistemici con le caratteristiche
di accesso, che connotano ogni “campo
esecutivo” come peculiare sistema cognitivo
nel quadro di uno specifico contesto di formazione.
Tali caratteristiche sono: a) la conoscenza
(i tipi e le forme di conoscenza disponibile
nell’ambito di uno specifico campo esecutivo);
b) la rappresentazione (il modo in cui la
conoscenza è espressa, proposta, raccolta,
elaborata, formalizzata nel campo in questione);
c) il recupero (il modo in cui è possibile
recuperare efficacemente specifiche rappresentazioni
di conoscenza); d) la costruzione (il modo
in cui nel campo in oggetto è possibile
realizzare l’integrazione di vecchie
e nuove strutture di conoscenza e la ridefinizione
di nuove strutture) (Perkins, 1993). L’analisi
della caratteristiche di accesso rappresenta,
perciò, un passaggio obbligato per
una possibile formalizzazione di ipotesi di
lavoro formativo nell’ambito dei diversi
“campi esecutivi” implicati nei
curricoli di studio ed è, pertanto,
da questa che bisogna partire per poter individuare
“percorsi preferenziali” e “vie
secondarie” su cui si gioca la possibilità
di attivare apprendimenti significativi ed
efficaci, che producano un’autentica
“comprensione” del sapere disciplinare
con cui si entra in contatto (Gardner, 1999).
Ogni campo esecutivo, è inoltre caratterizzato
da una specifica struttura epistemica, ovvero
quella configurazione procedurale e metodologica
attraverso cui, individuando specifiche posizioni
e modalità di rapporto tra soggetto
e oggetto della conoscenza e facendo uso di
una varietà di strumenti e di artefatti,
in tale campo si realizza e formalizza il
conoscere. Attivando processi di metaconoscenza
diventa, pertanto, possibile accedere alla
struttura epistemica dei saperi disciplinari
che compongono il curricolo ed “entrare”
in questi saperi non tanto e non solo attraverso
prodotti conoscitivi finiti, ma attraverso
un contatto diretto e consapevole con le forme
ed i modi che caratterizzano i processi di
costruzione di tali prodotti
- E’ molto
interessante, nel testo, la distinzione tra
formazione diretta e indiretta. Rispetto ad
un “ambiente formatore” che rischia
di risultare acritico e omologante (p. 121),
il ruolo della scuola sembra essere soprattutto
quello di sviluppare nei ragazzi la comprensione
del senso della propria cultura, e insieme la
sua relativizzazione (p. 124). Tuttavia oggi
la scuola è combattuta tra l’esigenza
di confrontarsi con l’esterno (i media,
il linguaggio e gli interessi dei giovani, il
mondo del lavoro, ecc.) e la tentazione dell’autoreferenzialità
(la Cultura, la centralità del testo
scritto, i Grandi libri). Qual è la vostra
opinione in proposito?
Se il ruolo della scuola debba essere quello
di farsi portatrice e di conservare un patrimonio
di informazioni e di repertori comportamentali
dei quali è deputata ad essere la custode
ovvero se la scuola possa costituire un punto
di incontro, un anello di congiunzione tra
i modi di pensare e di essere delle nuove
generazioni e il corpus tradizionale della
conoscenza è un'antica querelle la
cui soluzione è ancora lontana. Tuttavia,
le tendenze più attuali della ricerca
vanno nella direzione del riconoscimento di
una interazione sinergica tra "l'esterno",
in quanto luogo della formazione informale/non
formale e la scuola, in quanto tempio dell'educazione
formalizzata. Cosa significa interazione sinergica?
Ambedue i poli di questa relazione sembrano
essere fondativi l'uno dell'altro. La Cultura,
la centralità del testo scritto, i
Grandi libri, cui Lei fa riferimento, sono
l'espressione di un portato culturale che
i giovani devono poter conoscere prima di,
eventualmente, rifiutarlo. La costruzione
della conoscenza passa, necessariamente, attraverso
processi non soltanto di riflessione, ma anche
di condivisione e di negoziazione delle conoscenze
che rappresentano sempre, in ogni caso, le
"credenze" di una data comunità
di apprendimento, in un dato momento storico,
in un dato luogo. Fare riferimento a questi
aspetti non è un processo auto-referenziale,
ma un processo di continua trascrizione dei
significati culturali che si vengono di volta
in volta aggiornando, modificando, affinando.
La scuola secolarmente traduce e trascrive
i significati culturali delle comunità
alle quali appartiene e questi, di volta in
volta, vengono costituire un ineludibile corpus
di conoscenze. Questo corpus dottrinale necessariamente
si aggiorna e non è possibile immaginare
che ciò che Lei definisce giustamente
"l'esterno" non costituisca la fonte
primaria del rinnovamento del sapere. Sta
di fatto, però, che non è possibile
divergere da ciò verso il quale non
si è fatto, precedentemente, un processo
di conversione; l'istruzione, nel suo senso
più classico, è un ineludibile
passo preliminare verso la libera e singolare
espressione del pensiero, anche se oggi l’istruzione
tradizionale è comunque rivisitata
alla luce di processi di socializzazione,
di collaborazione, di cooperazione, di costruzione
della conoscenza. Se è vero che "l'esterno"
influenza la scuola e non è possibile
immaginare che ciò non avvenga, bisogna
incominciare a delineare le strategie attraverso
le quali possa accadere anche il contrario,
e cioè che la scuola sia resa in grado
di influenzare "l'esterno". Questo
processo bidirezionale è in parte ricostruito
in Immagini e teorie della mente, poiché
nel lavoro formativo della relativizzazione
dei contesti e dei significati che nascono
al loro interno si mira, in effetti, a insegnare
ai soggetti in formazione la gestione della
realtà ipercomplessa nella quale viviamo,
dando loro strumenti di decodifica e traduzione
prima che di produzione. In una successiva
ricerca, tuttavia, attualmente in corso di
stampa, abbiamo lavorato all'individuazione
di possibili strategie formative che la scuola
- in questo caso la scuola primaria - potrebbe
portare avanti se decidesse di venire incontro
ai nuovi linguaggi, ai nuovi media, alle nuove
espressioni della conoscenza, dall'interno,
e non dall'esterno; entrando, cioè,
in un mondo nuovo di significati e, da dentro,
provando a interpretarli. La ricerca - azione
- formazione, dal titolo Modelli di aggiornamento
delle strutture della conoscenza. Studi sull'evoluzione
delle funzioni cognitive, sui linguaggi elaborativi
del pensiero e i sistemi individuali di selezione
e codifica, per lo sviluppo di protocolli
formativi e la gestione di ambienti di apprendimento
distribuiti e multifattoriali, è nata
proprio dall’intento di provare a rispondere
al ricorrente quesito formativo se sia la
scuola a doversi avvicinare, attraverso obiettivi,
programmi e strategie di insegnamento, alle
sempre nuove modalità di apprendimento
che i bambini sviluppano nell’adattamento
ai sempre nuovi contesti della realtà
- riconoscendo, quindi, in qualche modo, l’ineludibilità
di un ripensamento della didattica in funzione
del continuo mutare dei contesti di apprendimento
extrascolastici e, ancora prima, riconoscendo
l’idea che le strutture della conoscenza
di chi apprende stiano effettivamente cambiando
- oppure se, viceversa, i soggetti in formazione
siano, in fondo, sempre gli stessi, e le loro
potenzialità di apprendimento vadano
stimolate, recuperate, rinforzate attraverso
un lavoro scolastico che, in un certo senso,
funga da contraltare al dilagare pervasivo
e massivo delle informazioni, spesso caotico
e disordinato, offerto dall’odierno
proliferare dei più svariati contesti
della conoscenza. E’ possibile conciliare
questa duplice tendenza della formazione?
Che influenza ha l’uso dei media, dei
giochi elettronici, della realtà virtuale,
del computer, della rete internet, …
sul rendimento e sulla realtà scolastica
dei bambini? Cosa succederebbe se la scuola
e la realtà “parallela”
e iper-stimolante extrascolastica parlassero
una lingua simile o, meglio, se la scuola
imparasse a tradurre una parte dei propri
contenuti di insegnamento in una forma che
risultasse ai bambini più familiare,
in quanto sperimentata in altri ambiti della
conoscenza (spesso molto accattivanti) invece
di tentare sempre di fare il contrario? E
tutto questo avrebbe ricadute negative? Ovvero
entrare nell’odierno linguaggio dei
bambini può servire a spiegare loro
anche come saperne uscire? Infine, le strutture
della conoscenza nei bambini si stanno realmente
“aggiornando”? Le risposte questi
quesiti sono state oggetto di riflessione
e hanno portato all'individuazione di un protocollo
formativo, corredato di relative unità
didattiche, per la gestione dei modelli di
aggiornamento delle strutture della conoscenza,
di prossima uscita.
- Nel capitolo 6
(Mente e menti ) viene sviluppato il concetto
di mente “come realtà distribuita
e situata”; gli stessi ambienti di apprendimento
possono essere letti “come peculiari dimensioni
della mente frutto di un continuo processo di
relazioni”. Che tipo di conseguenze implicherebbe
l’applicazione di tale prospettiva al
contesto scolastico? In particolare,come inciderebbe
sul modo di concepire l’insegnamento/apprendimento
da parte dei soggetti coinvolti (docenti, studenti,
famiglie)?
In quanto processo situato e distribuito
l’apprendimento si realizza attraverso
quella che è possibile definire una
progressiva "partecipazione legittima
periferica" a specifici contesti socio
– apprenditivi (Lave, Wenger, 1991,
cit.) attraverso l’ascolto, l’osservazione,
l’acquisizione tacita di processi cognitivi
e di sistemi simbolici intesi come importanti
dispositivi attraverso cui il soggetto fa
il suo ingresso in una specifica dimensione
culturale. Ttale partecipazione ha una indubbia
valenza formativa (non necessariamente intenzionale)
anche tenendo conto del ruolo che elementi
apprenditivi “taciti” ed “impliciti”
possono assumere nella costruzione delle strutture
di conoscenza.
In quanto socioculturamente situato e costruito
in riferimento ad artefatti e strumenti culturalmente
codificati il processo di apprendimento si
configura inoltre come una realtà “distribuita”
tra il soggetto e le risorse di cui fa uso,
giacché l’ambiente fisico e sociale
“partecipa” a tale processo non
solo come fonte di stimoli o ricettacolo di
possibili risposte, ma come vero e proprio
veicolo cognitivo. Per tale motivo bisogna
considerare il soggetto insieme a quanto lo
circonda (ambiente fisico, artefatti, strumenti,
relazioni sociali) come una unica unità
di apprendimento nell’ambito della quale
viene a distribuirsi il processo apprenditivo
(Perkins, 1993). Ciò permette di focalizzare
l’attenzione non tanto e non solo sul
soggetto che apprende, e sulle sue performance,
ma anche, contestualmente, sull’ambiente
fisico e sociale inteso come parte integrante
e costitutiva dei processi apprenditivi.
La “distribuzione” attraverso
relazioni sociali, si costruisce sulla possibilità
di una condivisione del “lavoro cognitivo”
e della responsabilità apprenditiva
tra più soggetti, riconoscibili in
uguale misura come artefici dei prodotti di
conoscenza realizzati, che vengono “messi
in comune” ed acquisiti come un bagaglio
di apprendimenti condiviso e condivisibile
(Cole, 1991). Nei diversi contesti di formazione
i processi di apprendimento si localizzano
quindi non soltanto su una piano intraindividuale
ma, piuttosto, su un piano interindividuale
ed interattivo, determinandosi come prodotto
e responsabilità comune e condivisa
tra più soggetti. E’ importante
pertanto orientarsi verso la costruzione di
ipotesi formative che giocano sulla complessa
articolazione dei processi di apprendimento
e sui diversi ruoli assunti in essi dagli
agenti cognitivi che vi sono implicati. Bisogna
quindi da un lato mettere a fuoco le caratteristiche
strutturali degli ambienti di apprendimento
- intesi come contesti di costruzione ed emergenza
di funzioni mentali a carattere adattivo-
dall’altro analizzare la natura delle
relazioni cognitive stabilite con il mondo
fisico e sociale, in quanto esse possono facilitare
e/o inibire l’articolazione e lo sviluppo
del processi in questione.
La relazione insegnamento-apprendimento si
è tradizionalmente espressa sia nei
modelli adult-run, nei quali la formazione
del soggetto è formalmente seguita
da individui adulti, sia nei modelli children-run,
dove contesti informali di apprendimento fanno
da sfondo alla libera attività esperienziale,
esplorativa e adattiva, del soggetto che apprende.
Ambedue questi modelli sottendono una propria
peculiare concezione del processo di apprendimento
- inteso, in un caso, come un processo che,
per realizzarsi, necessita una continua azione
intenzionale diretta, attraverso la spiegazione
istruttiva e la ripetizione costante e, nell’altro
caso, come un processo di maturazione spontanea,
osservabile ma non canalizzabile dal soggetto
adulto. Negli ultimi quindici anni, trend
di ricerca internazionale costruttivisti,
socio-culturalisti, della conoscenza distribuita
e situata, etc., hanno messo in luce modelli
di formazione semiformali, basati su tipi
di apprendimento assistito in cui il formatore
adulto compone, insieme ad altri adulti e
ai soggetti in sviluppo, una comunità
di apprendimento all’interno della quale
svolge ruoli non direttivi ma mediativi e
facilitativi di forme di apprendimento collaborativo.
La costruzione cognitiva, in questi modelli
sinergici, implica percorsi di produzione
del pensiero che non si attivano per via trasmissiva
ma attraverso reti di apprendimenti condivisi
e co-costruiti; ciò non preclude, tuttavia,
ed è questa una delle caratteristiche
più peculiari di tali modelli, che
il soggetto che apprende sia investito dalla
responsabilità cognitiva che concerne
il proprio ruolo di attivo – e, per
certi versi, unico – ideatore di originali
percorsi del pensiero. Tali modelli sinergici
sono in grado, da un punto di vista metodologico-didattico,
di rivoluzionare i cardini della tradizionale
didattica one-sided, cioè unilaterale
(che sia dal punto di vista del formatore
adulto, o del soggetto in formazione), sia
a livello dei processi di apprendimento, sia
a livello dei processi che regolano la produzione
della conoscenza. La formazione, a livello
dei processi di apprendimento, implica, infatti,
se attuata per via trasmissiva (unilaterale),
che i soggetti apprendano come gestire le
proprie performances cognitive, in rapporto
ad altri soggetti; che apprendano, in via
generale, ad acquisire e gestire informazioni
(non necessariamente di loro interesse), a
strutturare strategie di risposta all’ambiente
(e ai diversi compiti cognitivi) la cui validità
è soggetta ad essere valutata sia in
rapporto all’effettivo rendimento, sia
in relazione alle aspettative e ai criteri
di giudizio della comunità di appartenenza.
Se intesa per via collaborativa (sinergica)
la formazione, a livello dei processi di apprendimento,
implica che i soggetti apprendano a gestire
l’attività cognitiva, propria
e degli altri, organizzandola in diverse forme
e acquisendo capacità manageriali sia
nei confronti del proprio personale patrimonio
di informazioni – si pensi alla metacognizione
– sia verso una più generale
costruzione e produzione di processi del pensiero.
Tuttavia, i modelli più recenti della
relazione insegnamento-apprendimento colgono
l’obiettivo della costruzione della
conoscenza nella misura in cui non investono
soltanto il mondo delle possibilità
di formazione racchiuso nella soggettività
individuale e nelle sue reazioni con il mondo
esterno (il livello dei processi di apprendimento)
e non si configurano soltanto come dispositivi
in grado di supportare l’individuo nella
propria attività esplorativo-adattiva
della realtà, nel proprio rapportarsi
all’ambiente attraverso l’esperienza,
nel proprio percorso introspettivo di analisi
delle personali caratteristiche e qualità
potenziali che si attivano nell’apprendere.
I modelli più recenti della relazione
insegnamento-apprendimento colgono l’obiettivo
della costruzione della conoscenza (il livello
della produzione del pensiero critico) nella
misura in cui pongono la necessità
di progettare e strutturare itinerari di formazione
che non siano in alcun modo riduttivi ma esprimano
la complessità della relazione formativa
inglobando i soggetti in sviluppo in reti
di progetti che regolino la trascrizione culturale
dei significati nella propria comunità
di appartenenza, sia essa espressa dal contesto
scolastico, sia essa espressa dal contesto
familiare.
La cognizione distribuita e situata incide
sul modo di concepire la relazione insegnamento-apprendimento
e, soprattutto, incide sul ruolo dei soggetti
coinvolti in tale relazione attraverso la
messa a fuoco del significato della famiglia
non solo come contesto di apprendimento ma
anche come unità funzionale di mediazione
competente nella tradizionale relazione sistemica
famiglia-scuola-società. A questo scopo,
un obiettivo specifico è individuare
la figura del “genitore competente”
come figura di mediazione garante della qualità
dell’attenzione formativa dedicata a
ogni singolo individuo nel proprio contesto
di apprendimento, e attivare percorsi di formazione
congiunta famiglia-scuola, per rendere il
genitore in grado di collaborare attivamente
con i docenti, nell’istituzione scolastica
e al di fuori di essa. Occorre, inoltre, rendere
il docente in grado di esercitare la propria
funzione di “mediatore collaborativo”,
capace di gestire e potenziare lo sviluppo
di comunità di apprendimento nella
società della conoscenza. Occorre progettare
comunità di apprendimento critico,
nelle quali i soggetti in formazione siano
preparati ad affrontare il continuo moltiplicarsi
dei contesti e dei percorsi di acquisizione
delle informazioni, l’attuale disorientamento
dei singoli nella collettività e nella
situatività e distribuzione multimediale
degli artefatti cognitivi, il continuo proliferare
di sottoculture e di processi di omologazione
del pensiero attraverso l’azione congiunta
di genitori competenti e di mediatori collaborativi
nelle pratiche formative.
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